Incerto mondo

Enrico Campofreda

Sönmez, il vecchio e il nuovo nell’eterna Istanbul

Sönmez, il vecchio e il nuovo nell’eterna Istanbul

Dice Burhan Sönmez, avvocato e poi scrittore kurdo di Istanbul, a lungo lontano dalla sua città e ora rientrato, nonostante il pesantissimo clima repressivo presente in Turchia: “Un esiliato non appartiene quasi più ad alcun posto, come un apolide. Ma questo gli dona un altro tipo di libertà: quella di poter appartenere a qualsiasi posto. Io mi sento libero e uso questa libertà per fare una scelta. Vivere a Istanbul, vicino ai miei cari e al mio passato”. Un passo rischioso con l’aria che tira. Burham sa che può finire recluso come illustri colleghi: Asli Erdoğan (ne abbiamo parlato in questa rubrica) cui il destino ha riservato lo stesso cognome del presidente che muove le campagne contro la libertà di espressione e di critica. La scrittrice è in prigione per aver frequentato le pagine del quotidiano kurdo Özgur Gündem, finito sotto la mannaia presidenziale per questioni ideologiche che riguardano il popolo kurdo. Anche l’anziana linguista Necmiye Alpay è privata della libertà per la solidarietà espressa alla consistente minoranza etnica (oltre 15 milioni di persone) che assieme agli aleviti (13 milioni) rappresentano un terzo della nazione anatolica. Sönmez è cosciente del passato del Paese dov’è nato, coi golpe del 1971 e del 1980, pur bambino e ragazzo, ha conosciuto il buio dell’oppressione piombata  sulla sua giovane vita e su quella di milioni di concittadini.

Con la rinascita del Paese, sotto l’Islam moderato d’un premier diventato anche presidente, vede sì, un diffuso avanzamento economico di milioni di famiglie, ma osserva anche la forzata contrazione di spirito critico che alberga nelle menti più creative e sensibili, il soffocamento di libertà individuali e collettive soggiogate a un modello conservatore incanalato verso una deriva reazionaria. Lo scrittore kurdo ama la tradizione, sostiene che da esiliato ha imparato “a essere un uomo nuovo, per poter salvaguardare ciò che restava del vecchio in me”. E’ rientrato per quel moto del cuore che comporta özlem – nostalgia – non solo e non tanto per i pur indimenticabili minareti e Corno d’oro, bensì per le radici e il senso della Storia. Per le vicende tuttora durissime dell’etnìa kurda che parlano di sangue e morte, ma che l’uomo Burhan non può tralasciare. Sa che potrebbe finire come i quattro personaggi del suo ultimo romanzo, un titolo che ripete il nome della storica metropoli sul Bosforo. Un medico, un barbiere, uno studente, un rivoluzionario incarcerati sotto terra, spremuti da estenuanti interrogatori e da torture. Però ora per lui niente è più attrattivo: “Quando sono riuscito a tornare a casa, dopo sette anni, mi sono sentito un uomo nuovo”. E il sentimento conta più d’ogni altra cosa, anche di fronte ai rischi di tempi tornati bui nella sua Istanbul.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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