Incerto mondo

Enrico Campofreda

Selay Ghaffar, faccia a faccia tv coi warlords democratizzati

I volti seriosi e poi minacciosi di esponenti del partito Hezb-i Islami di Gulbuddin Hekmatyar – uno dei più efferati signori della guerra afghani – presenti nelle scorse settimane a una tavola rotonda sulle presidenziali,  organizzata dalla locale Khurdish Tv, non gradivano affatto d’incrociare sguardo e parole di Selay Ghaffar. Lei è presidente di Hawca (Humanitarian Assistance for the Women and Children of Afghanistan) una struttura di sostegno per le donne afghane, e lì rappresentava l’Hambastagi Party. Il dibattito è stato registrato in lingua originale, privo di sottotitoli, ma dalla semplice analisi mimica, dall’intercalare degli interventi, dalla passione e dalla foga s’intuisce come il confronto sia stato a dir poco serrato. Una breve nota a margine dell’ufficio informazione del partito della Solidarietà sottolinea che agli incalzanti riferimenti del passato sanguinario dei miliziani dell’Hezb-i Islami, alla denuncia di abusi e violenze che li contraddistingue offerti in diretta da Selay, la risposta è stata una sequela d’insulti. I concetti più gentili dicevano: “passi la notte con altri uomini e ora sei seduta a questa tavola rotonda”, “sei una prostituta tajika o uzbeka” e ancora “stai promuovendo in Afghanistan prostituzione e omosessualità” fino all’intimidazione diretta “abbiamo ucciso persone a te vicine, presto ti ammazzeremo come loro”. All’attivista non sono mancati argomenti e determinazione per contrastarli. Il tutto al cospetto d’un moderatore in giacca e cravatta che propone l’immagine della normalizzazione del Paese.

Una “normalizzazione” che ha spinto recentemente in politica l’attivista per i diritti delle donne, probabilmente anche per le difficoltà che la sua struttura registra da tre anni per le pressioni delle bande paramilitari e dei contrasti burocratici statali. Le case-rifugio per donne di Hawca sono sotto il calunnioso attacco fondamentalista che le addita come bordelli col benestare del presidente Karzai. Gli attuali compromessi elettorali coi sempiterni warlords dei candidati Abdullah e Ghani non promettono nulla di buono. Ma il grande bluff della democratizzazione del Paese prosegue il suo corso grazie alla copertura occidentale. E taluni casi hanno riguardato proprio la questione femminile. Un esempio è la storia della presunta legge per l’eliminazione della violenza sulle donne (Evaw) di cui Ghaffar ha sottolineato la teorica correttezza, evidenziandone la totale inapplicabilità. Secondo il governo Karzai, e per Paesi come il nostro che si mettono a posto la coscienza, questa norma tutela le donne. Racconta Ghaffar: “Sul testo di legge si è attuato un blocco burocratico: la norma dopo essere stata scritta non è stata approvata dal Parlamento, sciolto per le elezioni (nel 2009). Così il testo è tornato al governo che su pressione di partiti come quello di Hekmatyar punta a eliminare tutti i commi di maggior protezione per le donne“. Eppure le nazioni della missione Isaf, e l’Italia fra esse, sbandierano l’idea dei grandi passi riformatori compiuti grazie alla collaborazione con l’Occidente.

A forza di ribadirlo i nostri politici se ne convincono, anche quando occupano incarichi in cui l’ignoranza non è ammessa. Nello scorso novembre il Parlamento italiano ha promosso un seminario sull’impegno giuridico rivolto ai diritti delle donne in terra afghana, fra le invitate alcune parlamentari di Kabul, che a detta di movimenti d’opposizione come Rawa (Revolutionary Association Women of Afghanistan) sono la maschera dietro cui si nasconde il lassismo dell’establishment afghano: a parole intenzionato a democratizzare il Paese, di fatto aperto a ogni compromesso col fondamentalismo. Nell’intervento in quella sede il nostro ministro degli Esteri dell’epoca Emma Bonino sosteneva la tesi delle grandi migliorìe nella vita quotidiana per le donne afghane. Le faceva eco l’allora semplice parlamentare, e attuale ministro degli Esteri, Federica Mogherini, che per sua ammissione dell’Afghanistan conosce esclusivamente la base militare di Herat, visitata durante un’escursione con le Forze Nato. Nelle loro disgrazie le donne afghane hanno l’unica fortuna di autoprodurre attiviste impegnate come Selay Ghaffar che ha imparato fierezza e coraggio durante un’infanzia vissuta nei campi profughi pakistani, dove una generazione è stata costretta per fuggire i massacri di assassini come Hekmatyar. Già sodale di Karzai e ora di Abdullah, che secondo la storiella occidentale passano per politici della democratizzazione. Come pensano alla Farnesiana e a Montecitorio.  

Enrico Campofreda

22 giugno 2014

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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