Incerto mondo

Enrico Campofreda

Lesbo, fuggiaschi e vacanzieri

Se ne stanno arruffati come vecchi, invece non arrivano a venti e trent’anni. Un’infinità sono bambini. Sfiniti restano imbambolati dentro e fuori quelle staccionate, i fili di recinzione che delimitano squallidi spazi d’emergenza. Costretti a condividerli coi rifiuti, sotto un rutilante sole picchiettato di mosche e zanzare. Solo gli occhi vagano fra cielo e polvere. Il numero di profughi siriani e afghani approdati fino a tutto luglio a Lesbo, isola vacanziera greca a ridosso delle coste turche, ha superato le centomila unità. Su quelle spiagge gli scafisti vanno e vengono. Scaricano corpi sviliti in un’acqua, fredda anche ad agosto, attrattiva solo per i bagnanti più nordici. Stavolta costoro non possono non accorgersi degli sbarchi, ce ne sono a decine. Ovunque, anche sotto il proprio resort. Le penose scene raggiungono Petra e l’ascosa Molyvos dove la costa turca è a un soffio, quattro miglia scarse. A giugno sono arrivati 15.200 contro i 920 dell’anno scorso. Ovviamente parliamo di rifugiati. I turisti anche quest’anno non mancano nell’oasi delle isole elleniche, un mondo a parte rispetto alla madrepatria strangolata da crisi e Troika. La Lesbo di Saffo e Alceo, non fa eccezione.

Certo nulla a che vedere col plastificato e costoso divertificio di Mykonos, ma pur sempre meta di pantaloncini ed espadrillas, con qualche griffe. L’isola è da tempo anche proscenio di odiseee che mescolano speranza e disperazione. Sei anni or sono, uno dei centri di “accoglienza” istituiti dall’amministrazione ellenica col contributo della Ue, venne contestato come lo erano i nostri Cie. L’accusa: essere un luogo di reclusione e frustrate più che di ospitalità e dignitoso recupero. E i flussi del 2009 erano un’inezia rispetto all’invasione che si sussegue da mesi, sempre in crescente emergenza. In questi giorni qualche turista ha dismesso il bikini e indossato la pettorina del volontario, distribuendo crackers e bottiglie d’acqua, rinunciando al privilegiato diritto di relax per scrutare gli occhi di chi s’infila nella roulette russa della migrazione cieca. Qualche turista, mica tanti. Perché ciascuno si sente lontano da colpe sull’esistenza grama del profugo che solo il possibile miracolo in un altro pezzo di mondo potrebbe salvare. E’ abbastanza grande Lesbo per contenere drammi e sostenibile leggerezza. E’ il mondo che risulta stretto a chi chiede solo un permesso. Non di soggiorno, ma di vita.

 

Enrico Campofreda

 

7 agosto 2015         

 

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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