Incerto mondo

Enrico Campofreda

Afghanistan, oggi come ieri il Grande Gioco continua

Afghanistan, oggi come ieri il Grande Gioco continua

Di una guerra cominciata per futili motivi, condotta con una strana mescolanza di imprudenza e timidezza, e portata a termine dopo aver subìto una grave disfatta, senza che né il governo che l’ha voluta né la grande armata che l’ha combattuta ne ricavassero molta gloria. Questa guerra non ci ha portato alcun beneficio politico o militare che sia. Alla fine, la nostra fuoriuscita dal paese è sembrata piuttosto la fuga di un esercito in rotta”. Parla dell’Afghanistan il cappellano militare Gleig, che non è statunitense bensì inglese, ma non appartiene alla recente missione Isaf nelle terre dell’Hindu Kush. Quel cappellano e ventimila militari dell’armata britannica erano lì nel 1839 da invasori per insediare un sovrano fantoccio, Shah Shuja, all’interno del conflitto a distanza con l’impero zarista, definito dagli storici il Grande gioco, una sanguinosa partita per il controllo della regione. Fra militari boriosi, resistenti locali interpreti d’un jihad antioccidentale, condottieri eroici o presuntuosi, agenti infiltrati carismatici e lussuriosi si sviluppa il racconto di William Dalrymple “Il ritorno di un re” (Adelphi) che è romanzo storico e documentario, con l’utilizzo di inedite fonti diaristiche e, a tratti una sorta di spy story di ottimo livello letterario.

Dalrymple dà fondo a tutta la sua formazione storica realizzata a Cambridge, cui unisce la passione per l’Oriente che lo vede vivere in una fattoria presso New Delhi. Confessa nella presentazione del corposo testo: “Più guardavo e più mi sembrava che la disastrosa intromissione dell’Occidente in Afghanistan contenesse echi distinti delle avventure neocoloniali dei giorni nostri… Mi resi conto che i parallelismi tra le due invasioni (britannica nel XIX, statunitense nel XXI, ma ci fu anche quella sovietica del XX, ndr) non erano solo aneddotici, bensì sostanziali”. E con la serietà e il coraggio che gli sono proprie, l’autore ha abitato e viaggiato in una nazione in conflitto fra il 2009 e 2010, volendo osservare certi luoghi studiati nei documenti e descritti: i resti della caserma ottocentesca a Charikar, non distanti dall’attuale base aeronautica di Bagram; il santuario sufi di Gazar Gah, presso Herat, dov’è la tomba di Dost Mohammad Khan cui, in tempi recenti, s’ispirava il leader talebano mullah Omar. Passato e presente s’incrociano nelle oltre 500 pagine e i confronti che lo storico e scrittore scozzese si trova giocoforza a fare ripropongono sotto nuove sigle egoismi di potenze mondiali e rivalità tribali interne. “In entrambi i casi gli invasori pensavano di venire, cambiare il regime e andarsene in un paio d’anni”. Non fu così e così non è.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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