Incerto mondo

Enrico Campofreda

Abu, una bandiera da non mollare

Abu, una bandiera da non mollare

Colpito, perché diventato un’icona da social media o perché vittima, come decine di migliaia di gazawi, del fuoco dei cecchini di Tsahal, per Abu Amro non fa differenza. Da qualche giorno è ferito per la presenza in prima fila nella protesta che va avanti dal 30 marzo scorso sul confine fra la Striscia di Gaza e Israele. L’azzoppamento risale a lunedì. Lo scatto del fotografo turco Hassona, che l’aveva immortalato con fionda e bandiera palestinese, è di poco tempo prima. Il ventiduenne è uno delle migliaia di ragazzi che animano i “venerdì per il diritto al ritorno” su quel terreno, diventato ennesimo luogo di strazio in cui l’esercito di Tel Aviv veste i panni dell’aguzzino. “Se dovessi essere ucciso, voglio essere avvolto con la stessa bandiera” ha detto a un cronista di Al Jazeera giunto a intervistarlo dopo ferimento. E l’attaccamento al simbolo della Palestina ha continuato a evidenziarlo non mollando lo stendardo anche quando s’è trovato steso in terra. Prima di lui i feriti si sono contati a migliaia, i morti sono saliti a oltre duecento.

In questo periodo fra i commenti alle manifestazioni palestinesi ci sono state considerazioni sul loro effettivo valore, sull’esposizione al rischio della vita di troppi giovani, sulla strategia di Hamas accusata d’esserne il regista neanche tanto occulto. Poco s’è riflettuto su cosa spinga migliaia di gazawi verso quella linea della morte programmata e cinicamente attuata dalle Forze armate israeliane. I gesti – prima delle parole di Amro, di ragazzi molto più giovani di lui, di Razan l’infermiera andata a curare feriti e diventata essa stessa bersaglio, come i cameramen finiti nel mirino perché filmavano tanto orrore – hanno un retroterra morale. E non sono né illusione ideale, né retorica di attaccamento a un disegno politico. Si tratta d’un desiderio di vita. La necessità di rompere l’assedio in cui quegli abitanti sono costretti anno dopo anno, un bombardamento via l’altro, una fucilazione continua considerata difensiva dai propri assassini. Quella marcia è uno spontaneo moto esistenziale, non ha regìe occulte, parte da un popolo che con fiera coerenza ha a cuore il suo futuro. E  lo difende a ogni costo.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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