Incerto mondo

Enrico Campofreda

Fuggiaschi

Fuggiaschi

Trent’anni lui, venticinque lei con una figlioletta di sette che con loro corre, sguscia, ansima. Sorride e piange. Con la marea sbarcata nel Dodecaneso anche questo micro nucleo familiare siriano è finito nel Centro d’identificazione di Kos, quindi ad Atene e nel corridoio macedone verso il cuore dell’agognata Europa. L’attesa e la speranza si son fatte compagnìa accanto alla precarietà, che è nulla rispetto a quanto gli occhi di ciascuno hanno visto per mesi infiniti, sino alla decisione di fuggire e fare come i quattro milioni che li hanno preceduti. Eppure il mondo nuovo non è detto che li accetterà.

 

Tanti, troppi partecipano a un esodo che gli stanziali non vogliono. Divisi fra chi li accoglie e chi li rifiuta gli Stati europei rispondono all’emergenza con altra emergenza; governi che fino a ieri evitavano di fare i conti con drammi geopolitici guardano a questi momenti con l’angoscia di chi vuole trattare solo questioni semplici. Invece la vita per ogni cittadino del mondo si fa complicata, chi ha non vuol cedere, non vuole perdere il raggio di serenità vagheggiato da un’infinità di disperati.

 

Fra i mille e più accampati in terra serba si vocifera che la salvezza non è raggiunta. Le autorità dell’Unhcr, che pure si prodigano per l’assistenza ai profughi, devono stilare liste e valutare priorità per l’accoglienza in ogni Paese, secondo quanto stabilito dal Trattato di Dublino. Chi manca di certificazioni ed è in preda alla paura, teme ancor di più. Non riflette, non invoca, risponde all’istinto primario dell’autodifesa e si rimette in marcia. Al buio. Il confine si può raggiungere e superare e da lì andare più a nord, nelle terre del miraggio, lontane ma indispensabili per non stritolare le speranze a trenta e soprattutto a sette anni.

 

Allora si procede strisciando come segugi e s’avvicina un confine segnato dal filo di ferro. Se è spinato poco importa a corpi maculati da ferite d’ogni misura. Si supera facile quel groviglio irsuto, la guida solleva e aiuta. Chi varca corre altrove fra sterpaglie di granturco che sanno di libertà. Vigilata, però, e subito limitata da una coppia di agenti di frontiera che a volte chiudono gli occhi, altre no. Nel fuggire serve fortuna, come nella vita. Se questa è ancora vita.

 

Enrico Campofreda

 

1 settembre 2015

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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