Incerto mondo

Enrico Campofreda

Turchia, ‘terrorismo’ accademico e informativo

Turchia, ‘terrorismo’ accademico e informativo

L’atto di buona volontà con cui il presidentissimo turco Erdoğan fa cessare un’emergenza sicurezza durata due anni a seguito del tentativo di golpe del luglio 2016, e costata l’epurazione a 120.000 cittadini impiegati in servizi statali, non riporta aria di libertà né sul Bosforo, né nell’Anatolia profonda e ancor meno nelle zone orientali del Paese. Anzi. Ora i governatori delle 81 province in cui la nazione è divisa possono diventare i controllori-censori dei propri cittadini, limitandone i movimenti interni ed esteri, quest’ultimi con la sospensione di validità del passaporto. La ferrea ispezione sulla vita pubblica consente a questi fedeli rappresentanti della nazione, su cui Erdoğan e il suo partito hanno per via costituzional-elettorale messo potentemente le mani, di farsi questurini amministrativi. Infatti, mentre l’emergenza prolungata consecutivamente in sette occasioni, vede un’archiviazione, scattano misure altrettanto pesanti di coercizione e dissuasione: dall’impossibilità di ritrovarsi in pubblici incontri e manifestazioni senza il consenso dei suddetti governatori, col rischio per i trasgressori d’un fermo poliziesco che va dai 2 ai 12 giorni e non necessita di motivazione. Quindi, nei casi estremi, di trovarsi incastrati con accuse di ‘terrorismo’, imputazione con cui la galera diventa certezza, com’è accaduto addirittura a deputati eletti in Parlamento. Fra i 18.000 dipendenti pubblici finora definitivamente licenziati, oltre la metà vestiva la divisa, altri ricoprivano ruoli amministrativi e parecchi erano insegnanti.

Diverse decine di migliaia del gran numero dei 120.000 epurati attendono la valutazione dei ricorsi presentati, e seppure tutti siano destinati a insindacabile giudizio della magistratura e di organi di controllo propri dei vari settori, in alcuni campi non sono ammessi ripensamenti e deroghe. Mentre militari e poliziotti potrebbero sperare in un reincarico, seppure  ‘passivo’ come viene definito dai decreti presentati nei giorni scorsi, che vuol dire ritrovarsi dequalificato e sotto inquadrato rispetto a precedenti posizioni, negli ambienti dell’istruzione e dell’Università non è prevista nessuna riammissione. Il Consiglio dell’Educazione non lo consente, si finisce fuori e basta. Il repulisti ideologico, che ha visto in prima persona il presidente scagliarsi contro l’ex amico e sodale Fethullah Gülen, impegnatissimo nella formazione e attivazione d’una ciclopica rete di docenti inseriti nel suo circuito scolastico privato di cui si serviva il Paese, dunque non offre risistemazioni neppure al ribasso. Come sta accadendo per la magistratura, nella Turchia erdoğaniana anche insegnanti e accademici devono aderire integralmente all’attuale corso politico, divenuto ancor più autoritario dei periodi trascorsi. Mentre la stampa è asservita o ridotta ai ceppi. Centoventi sono i giornalisti tuttora imprigionati con accuse improbabili e improvabili. Rivolte al pensiero, più che a un’azione definita terrorista solo dalla personalizzazione del potere.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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