Incerto mondo

Enrico Campofreda

Thailandia, il libro e la lesa maestà

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L’uomo ha un nome su cui noi incespichiamo: Udomsak Wattanaworachaiwathin. E’ una persona che s’avvicina alla terza età e fa il libraio a Bangkok. Si è ritrovato una condanna di due anni di detenzione perché un testo messo sul mercato conteneva concetti sovversivi verso la monarchia al potere.

 

Corona antichissima e assolutista, diventata costituzionale all’inizio degli anni Trenta del secolo scorso, ma il travaglio della dinastia Chakri, questa è la stirpe del re di Thailandia che continua a governare il Paese, è il medesimo della nazione passata per i travagli paracoloniali nel sud-est asiatico stabiliti da francesi e britannici in Stati limitrofi (Myanmar, Laos, Cambogia, Malesia). I militari, assieme o in contrasto con la corona, contribuiscono a rendere difficile il rapporto della cittadinanza col principio del libero arbitrio, andando oltre la libertà di coscienza e pensiero e invadendo quello della libera espressione. Così i locali partiti politici devono fare i conti con le citate autorità che contano più di qualsiasi istituzione parlamentare e convogliano le leggi attuali a quelle ataviche come la lesa maestà.

 

Considerata nell’antica Roma un’offesa ai poteri della Res Publica o delle divinità e per questo punita. Le sanzioni, che dal 100 avanti Cristo andavano dall’esilio all’interdizione, potevano prevedere nei casi più gravi la pena di morte, applicata in epoca imperiale per attentato alla vita dell’imperatore e poi estesa nei confronti d’ogni ribellione. Nei secoli, e di riflesso in aree pur con diversa tradizione storica, il sistema punitivo è stato fatto proprio dal potere costituito verso la popolazione, considerata più suddita che cittadina. Un concetto diffuso fra molte teste coronate non solo di collocazione geografica orientale come Thailandia o Kuwait. La censura è tuttora presente in Spagna, Danimarca, Regno Unito, Paesi Bassi, contro ogni fantasma di Cromwell e d’ogni repubblicanesimo libertario. Fuori dai cimeli della Storia, e dentro i suoi ciclici ricorsi, quello che accomuna autoritarismi (non solo monarchici) d’ogni epoca e latitudine è l’insofferenza verso il libero pensiero e lo spirito critico. Verso quell’emancipazione degli individui che si fa forte della cultura, di cui gli antichi incunaboli, i più recenti cartacei o gli ebook continuano a essere insostituibili strumenti.

 

Enrico Campofreda

 

4 maggio 2015

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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