Incerto mondo

Enrico Campofreda

Strage di Dacca, se il fondamentalismo diventa moda

Strage di Dacca, se il fondamentalismo diventa moda

Dell’Oriente noto per esotismo, un tempo coloniale oggi turistico, o del colonialismo di ritorno, micro o macro che sia, il Bangladesh è una delle immagini che fra i consumatori generalisti che siamo più ci fa godere dei benefici. Quelli di manifatture tessili legate sia alla locale e millenaria produzione di juta, che fu un motore economico dell’economia agricola di quel Paese, sia della sua forza e potenza attuali: manodopera a bassissimo costo. Molti affermano in condizioni di schiavitù. Fra gli attuali 167 milioni di abitanti della nazione che a metà Ottocento conobbe cosa voleva  dire diventare colonia – come l’India, come il Pakistan – della pur estetizzante ‘Compagnìa delle Indie’ ci sono tantissimi bambini che producono quella merce che troviamo sugli scaffali delle rivendite occidentali alla moda. Del resto la stessa condizione economica di tanta di quella gente ha conosciuto trasformazioni, anche grazie agli esperimenti del microcredito diffusi dal concittadino bangladeshi Mohammad Yunus, premio Nobel per la pace un decennio fa. Ma questo benessere non è per tutti – come potrebbe? – e nonostante le migliori sorti auspicate dalla Banca Mondiale tanti, troppi milioni di abitanti vivono ancora con 2 dollari al giorno. Che sono meglio del dollaro scarso con cui si trova a vivere un afghano, ma…

Dell’indipendenza, con neppure mezzo secolo di vita, di pacificazione e progresso, come spesso accade in un ampio pezzo del mondo, non godono  ampi strati sociali, orientati a stragrande maggioranza verso la fede islamica. E come altre popolose nazioni musulmane, Indonesia e Pakistan su tutte, le contraddizioni sociali si riflettono anche sulla sfera socio-religiosa. Però la strage compiuta dai “bravi ragazzi” di Dacca, figli di una élite locale angosciata dalla notizia, ha sorpreso tutti. Gli stessi analisti strategici che si trovano a decriptare le motivazioni di rampolli di famiglie benestanti, che si son macchiati di una strage sanguinaria, come altre compiute dai miliziani del Daesh, ma apparentemente fuori dagli schemi. Perché il reclutamento sotto quella sigla traeva, finora, adesioni nelle fasce  povere ed emarginate dei luoghi dove la contraddizione economica va a braccetto col desiderio di riscatto antimperialista sventolato anche dal vessillo nero. Invece, c’è chi dice che la via scelta del sestetto di Dacca sia poco idealistica e molto modaiola, un’ipotesi azzardata, che gli analisti rigettano. Eppure alcuni giornalisti locali hanno affermato che dietro i sorrisi jihadisti ci sia più narcisismo annoiato che fanatismo islamista. Un po’ come accade per i Columbine statunitensi. Due tesi, comunque, egualmente angosciose e dai contorni disumani. Come i massacri infiniti, da Istanbul a Baghdad.

 

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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