Incerto mondo

Enrico Campofreda

“Siamo tutti dei migranti in cerca del nostro destino” le parole di un professore immigrato nel Delta del Po

"Siamo tutti dei migranti in cerca del nostro destino" le parole di un professore immigrato nel Delta del Po

Giuseppe De Santis è nato a Portocannone (Cb), una comunità arbëreshe del Molise. Oggi vive a Bosco Mesola (Fe) ed è docente di Materie Letterarie nel Polo Tecnico di Adria (Ro). È stato tra i fondatori ed ha diretto Quadernetto, unico esempio di rivista nata in una scuola secondaria superiore che ha potuto usufruire del contributo di collaboratori del calibro di: Antonia Arslan, Carmine Abate, Fernando Bandini, Guido Conti, Nando dalla Chiesa, Erri De Luca, Franco Loi, Giovanni Lugaresi, Loriano Macchiavelli, Giuseppe Marchetti, Moni Ovadia, Roberto Piumini, Franco Marcovaldi, Silvio Ramat, Mario Rigoni Stern.

È presidente dell’Associazione LiberEventi che organizza eventi culturali nel Delta del Po ed edita anche libri col marchio ABao AQu edizioni. Ha pubblicato i seguenti romanzi: Il segreto, Bastogi, 1999. Con le edizioni ABao AQu Il cacciatore di talpe, 2007, Il fiore di Brueghel, 2011, Il piantatore di melograni, 2014. Da pochi giorni è in libreria l’ultimo suo lavoro, La promessa di Bala, riflessione sulla guerra, sui contrasti fra popoli e religioni, sull’importanza delle culture migranti, sull’amore e sulla poesia.

Professor De Santis, lei è un immigrato italiano nelle Valli di Comacchio, dove ha messo su famiglia e vive. Si aspettava un episodio come quello di Gorino?

È stata una sorpresa un po’ per tutti. Nel Delta del Po dove vivo ormai da quarant’anni non siamo abituati ad episodi del genere. Il clima è molto civile e il livello di solidarietà è tra i più alti in Italia. Raramente si sono verificati episodi d’intolleranza. Anzi, posso tranquillamente testimoniare che l’accoglienza è il rispetto sono valori condivisi, ben radicati nella popolazione.

Però tutta quella comunità è scesa in strada, a suo avviso è ostaggio dell’ideologia xenofoba della Lega, che pure alberga nel Parlamento italiano, oppure l’Italia rurale regredisce?

Il fenomeno andrebbe analizzato nella sua complessità. Le cose non accadono mai per caso. Prima di tutto occorre fare una distinzione: non si tratta di Goro, ma di Gorino che è una frazione di 600 abitanti, la punta più estrema del Delta ferrarese. E serve un po’ di cronistoria del luogo: Gorino è una comunità di pescatori, vissuta con poco fino a circa trent’anni fa. Poi è giunta una ricchezza improvvisa, piovuta dall’inseminazione delle vongole: salari da capogiro per della gente abituata a tirare a campare con molta fatica che forse non hanno saputo gestire. I giovani, piuttosto che studiare, hanno preferito dedicarsi alla raccolta delle vongole, lavorando poco e guadagnando tanto, con risvolti negativi in termini sociali: aumento del tasso di tossicodipendenza, alcolismo, notti brade, incidenti stradali diffusi. Io non parlerei di xenofobia, anche se la sottocultura leghista ha prodotto danni enormi per la coesistenza pacifica e l’accoglienza tra i popoli.

Perché si temono i profughi – invasione, violenze e tutti gli stereotipi che pure attingono dalle cronache – o permane l’atavica paura del diverso?

Indubbiamente la paura del diverso, unita alla difesa di un benessere piovuto all’improvviso hanno contribuito a un’azione spontanea di rivolta e non meditata sufficientemente. In più ci sono stati errori della Prefettura, che non ha avvertito preparando adeguatamente la popolazione e che si è presentata con carabinieri e ordinanza da “coscrizione obbligatoria”. Non si agisce così, anche se credo che tale modalità sia figlia del tempo: là dove difetta la cultura, si supplisce con le “grida” di manzoniana memoria o le barricate contro i più deboli.

Nella sua esperienza personale l’accoglienza è stata frutto di legami familiari o tempo addietro quella società era più aperta?

Non ho mai avuto problemi. Anzi sono stato accolto davvero con le migliori intenzioni per farmi sentire a mio agio È vero che io ero un immigrato speciale, laureato, sposato con una donna del luogo e poi docente, ma lo stesso trattamento, che io sappia, hanno ricevuto anche immigrati di ceto sociale e provenienza diversi. Posso ancora testimoniare, per come conosco questa realtà, che i valori di tolleranza, rispetto, solidarietà e impegno civile sono ben radicati, frutto probabilmente anche di una cultura laica e socialista molta diffusa da queste parti. Qualche scollamento s’è manifestato di recente soprattutto nelle nuove generazioni. D’altronde sarebbe stato inimmaginabile il contrario, se ciò non fosse avvenuto: molti pensano che la cultura politica e l’informazione abbiano poco peso, ma non è così: l’omologazione e l’identificazione agiscono dall’alto al basso.

Lei insegna da molti anni lingua italiana negli istituti di quella provincia, come sono i diciottenni e come sono i loro genitori quarantenni, s’interessano alle vicende del mondo?

I ragazzi sono sempre gli stessi, con gli stessi problemi e la stessa voglia che avevamo noi di cavalcare la vita e affermare i nostri ideali. Meno presenti e più arroganti sono i genitori che, spesso, demandano ad altri proprie responsabilità. Forse erano meglio i nostri padri che avevano e ci hanno trasmesso pochi e giusti valori. Oggi si vuole tutto e subito senza chiedersi da dove viene e come si conquistano le cose. Ciò che conta sono denaro, potere e immagine.

Nel mondo iper connesso si possono verificare chiusure drastiche verso chi fugge da tragedie immani: diventiamo così superficiali, egoisti, cinici?

L’uomo è per definizione superficiale, egoista e cinico. E non è detto che siano aspetti negativi se vissuti in funzione dell’esistenza. Lo diventano quando si accompagnano con una volontà di affermazione, sopraffazione e inettitudine, che è implicita nell’economia capitalistica, e con un’informazione che invece di cogliere le notizie per imparare le divora per non vedere e dimenticare. Ancora una volta è un atteggiamento che deriva da un difetto di cultura: meno si sa, meno si conosce, più si consuma e più si sta in pace con la propria coscienza. Un popolo che non sa più indignarsi di fronte a una tragedia come quella di Aleppo o per i morti in mare che fuggono in cerca di migliori condizioni, non ha più anima, è vuoto. Il nostro Paese marcia in questa direzione e i partiti che lo rappresentano ne hanno fatto la loro sostanza.

Lei è anche impegnato con associazioni locali e la casa editrice Abao Aqu, piccola ma interessata a diffusione della cultura  anche su questioni socio-politiche. Serve ancora pubblicare libri, dibattere di temi come le migrazioni dei popoli?

Tocca un anello debole. Anche la mia è una posa per non sentirmi inutile, per credere ancora che la civiltà sia il prodotto dell’impegno dei tanti che sperano nell’umanità. E forse è davvero così, o forse ha senso solo per me. Una cosa è certa: io amo la vita e non riuscirei a concepirla, per il rispetto che le devo, senza raccontarla che è poi rivivere emozioni, sentimenti e capacità d’indignarsi per ogni sorta d’ingiustizia. Questo è il senso del mio impegno e questo è il senso di Abao Aqu: cercare di supplire al difetto di cultura che accompagna i nostri tempi. Siamo tutti in qualche modo dei migranti in cerca del nostro destino.

Se non fosse giunto nelle Valli di Comacchio, dove sarebbe approdato?

Ora so per certo che in qualsiasi parte del mondo vi è qualcosa da cercare e per cui si può lottare, anche a costo di non trovarla.

 

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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