Incerto mondo

Enrico Campofreda

Saud, la monarchia che punisce il poeta

Saud, la monarchia che punisce il poeta

Si chiama Ashraf Fayadh, è un poeta palestinese. E’ stato arrestato in Arabia Saudita e ora rischia la morte. Condannato per blasfemia e allontanamento dall’Islam. Lui si difende, rigetta l’accusa di ateismo, si proclama musulmano, ma come artista non rinuncia a esprimere personali punti di vista. Che non sono piaciuti alla Corte di Abha, nel sud del Paese, un’area ultraconservatrice non è nuova alle vendette della mutaween, la polizia religiosa. L’iniziale condanna a quattro anni di carcere e 800 frustate ha subìto una drammatica svolta dopo il ricorso dell’imputato, spalleggiato da amici e intellettuali di fama internazionale. Il ricorso è stato respinto e la pena è diventata capitale. Un dono alle componenti più oltranziste del regno saudita che non vogliono enclavi culturali nel Paese. La solidarietà al trentacinquenne poeta, nato e vissuto da profugo nella monarchia del Golfo, proviene dai più svariati angoli del mondo intellettuale, mobilitati per sensibilizzare colleghi, attivisti dei diritti (s’è mossa Amnesty International) e soprattutto la sfera politica, dalle Nazioni Unite ai premier e ministri degli esteri di tante nazioni che possono intervenire sul re Salman.

Fayadh è un artista poliedrico, tramite un’Associazione artistica britannico-saudita denominata Edge of Arabia, ha curato un’esposizione alla Biennale di Venezia del 2013, oltre a creare versi e riflessioni filosofiche. Quest’ultime non piacciono ai suoi detrattori che gli imputano d’insultare Allah, Maometto e denigrare la società saudita. Il caso Fayadh, che sembra esser nato da una disputa con un altro artista locale fedelissimo e suo accusatore, assume un valore di conflitto interno al sunnismo tradizionalista del grande Stato arabo, immerso nel wahhabismo più fanatico e sostenitore del Daesh. Una società che non ammette espressioni artistiche pubbliche, vieta mostre, proiezioni cinematografiche, scuole d’arte. Relega le donne in totale subalternità e minaccia i sudditi con la pena di morte. E’ in atto uno scontro contro un’avanguardia culturale che prova a uscire allo scoperto, seppure rischiando in proprio e rischiando moltissimo, visto il clima d’asfissiante  intolleranza. Evitare che sulla testa di Ashraf cada la spada del boia è il primo passo per salvare una vita, avviando un pensiero critico su uno dei luoghi dell’oscurantismo politico e religioso mondiale.

Enrico Campofreda

 

LEGGI ANCHE: ARABIA SAUDITA, POETA CONDANNATO A MORTE PER BLASFEMIA 

© Riproduzione Riservata
Tags

Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

Utenti online