Incerto mondo

Enrico Campofreda

Salvare i tesori d’arte da fondamentalismo e incuria

Salvare i tesori d’arte da fondamentalismo e incuria

Si ritrovano assieme in un luogo simbolo dell’Impero. Magico e memore esso stesso d’una violenza bruta, addomesticata a gioco crudele di sfide all’ultimo sangue: l’Anfiteatro Flavio. Loro, alcuni tesori di Palmira, che compaiono in una mostra allestita a Roma sino all’11 dicembre, sono feriti e defunti ma lì ricevono il conforto della tecnologia e l’abbraccio di chi sempre li ama. Sono stati derisi e violati fino alla distruzione. Chi manovrava il piccone assassino li sfregiava giudicandoli idoli, invece  di coglierne l’avvincente maestosità. Già parlammo di quella furia cieca e delle gravissime perdite provocate all’arte e alla testimonianza storica dall’ultimo fanatismo mascherato da religione per mano dei miliziani dell’Isis. Oggi discorriamo di una resurrezione, reale e virtuale non fa differenza. Due busti, maschile e femminile, sono esposti ai visitatori, recuperati dai propri siti dopo lo scempio. Se il volto è cancellato dalle percosse, la morbida pietra mediorientale non perde calore e colore. Una grazia solenne resta incisa e riaffiora. Dopo la mostra le opere riceveranno conforto e cura dalle mani esperte d’un gruppo di restauro.

Accanto a esse, avvolte in un cielo ricreato, trovano materializzazione digitale tre grandiosità maciullate e disperse: il toro androcefalo di Nimrud, il soffitto del tempio di Bel di Palmira, la sala dell’Archivio di Stato di Ebla. I loro resti e le copie in materiale plastico e polvere di pietra sono stati ricreati con l’ausilio di stampanti 3D e robot e consentono al pubblico di riammirarne forme e incanto. Eppure agli amministratori pubblici – ex sindaci, ministri – solerti nell’esporsi ai flash e che del progetto patrocinato dall’Unesco e del certosino lavoro di tecnici realizzatori si fan vanto, domanderemmo qualcosa. Quali vandali, quale distruzione devono sopportare i beni culturali e quello straordinario patrimonio artistico che ci vive accanto? Perché lo Stato italiano e i suoi politici non trovano fondi per preservare certi tesori? Perché i responsabili del dicastero sostenitore di questa meritoria iniziativa volta a lenire gli sfregi del fondamentalismo religioso avallano il fondamentalismo dell’abbandono di tante gemme della porta accanto?

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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