Incerto mondo

Enrico Campofreda

Saigon ’68, il loro canto non libero

Saigon ’68, il loro canto non libero

Diventa una pellicola di Wilma Labate, presente al Festival del Cinema di Venezia col titolo “Arrivederci Saigon”, la storia vera e paradossale di cinque ragazze della provincia toscana, amanti del rhythm and blues e finite in uno scenario di guerra. Una delle protagoniste, Daniela Santerini, dieci anni or sono aveva scritto una sorta di diario postumo:  “Choi-oi! L’incredibile avventura delle Stars nel Vietnam del ‘68”, che in occasione dei cinquant’anni del Sessantotto viene rispolverato con l’intera vicenda, rimasta a lungo celata, se non rimossa. Una storia strana che condusse il complessino denominato “Stars”, diviso fra serate in balera, intrattenimenti stagionali nelle riviere e poi entrato nelle mire della potente e lungimirante casa discografica Rca, in un contesto ben lontano da rassegne musicali e sale di registrazione.

Il manager del quintetto musicale, Ivo Saggini, di cui le giovani “si fidavano come un babbo” prospettò una tournée in Oriente. Il meschino, che aveva sottoscritto per loro un contratto, sostenne d’essere stato lui stesso raggirato. Forse. Ma solo a fronte di un’ignoranza geografica che gli faceva confondere Singapore e Saigon. Un migliaio di chilometri di distanza sud-nord e soprattutto un contesto differente, visto che la Saigon vietnamita era campo di battaglia d’una feroce guerra imperialista. Insomma la band delle ignare ragazze venne destinata alle caserme delle truppe statunitensi, col compito d’intrattenere i coetanei yankee spediti ‘a far la guerra ai musi gialli’. Quando il gruppo si rese conto della situazione tenne botta, pur fra difficoltà e paura. Le strumentiste tornarono a casa dopo tre mesi, anche grazie a una provvidenziale polmonite contratta da una di loro.

Quindi l’ambiente d’origine, Piombino, Livorno, Pontedera, le famiglie, alcune operaie tutte o quasi comuniste, gli ideali dell’epoca vicini ai popoli oppressi dalle guerre imperialiste, fecero nascondere quella che veniva sentita come una vergogna: aver suonato per truppe d’occupazione. Altri tempi. Probabilmente oggi nessuno si porrebbe scrupoli, visto che medesime guerre d’aggressione sono definite “missioni di pace” e finanziate col denaro pubblico con tanto di voto parlamentare trasversale. Qualora si volesse intrattenere musicalmente i soldati statunitensi si potrebbero scegliere ben 177 scenari. Oppure giocare in casa, a Sigonella, dove tuttora sono riuniti 11.756 ragazzoni a stelle e strisce.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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