Incerto mondo

Enrico Campofreda

Safa, vittima del Far West afghano

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Quella di Safa Ahmad è una storia di povertà e morte. Come altre mille e mille in Afghanistan, Paese che vede la terza generazione soffocata dai conflitti. Ma accanto alla scia di sangue Safa lascia un presidio di sogno e riscatto, spezzati purtroppo da ex miliziani trasformati in vagabondi, volto oscuro d’una nazione dove la quotidianità è soffocata dalla violenza degli occupanti occidentali e dei sempiterni Signori della guerra. Polvere e soprusi vagano nell’aria della capitale e dei villaggi dove bambini, donne, anziani pagano le conseguenze più dolorose. Safa è stato ucciso per una lite di strada, che pur nei suoi giovani diciassette anni cercava d’evitare, perché chi in quei luoghi nasce povero (la quasi totalità dei 32 milioni di abitanti) ha ben altri problemi da risolvere che sprecare inutili energie in sciocchi contenziosi. Non quando s’incrociano criminali matricolati come Raqib, l’assassino, non privo di passato politico. Lui era stato uno dei comandanti della Shura-e Nezar, organismo paramilitare guidato da Shah Massud, Signore della guerra considerato eroe nazionale. Da questo passato Raqib ereditava il sopruso con cui s’era impossessato dei terreni di taluni paesani che, a causa di bombardamenti (negli ultimi tredici anni della Nato), s’erano stabiliti nei dintorni di Kabul. Aveva proseguito con le proprie infamie, aumentandole in occasione del reclutamento di suoi due fratelli nella polizia di frontiera grazie al programma governativo di “disarmo, smobilitazione, rintegrazione”.

 

Safa, originario d’un villaggio della provincia di Parwan, ha finito i suoi giorni crivellato dai proiettili del kalashnikov imbracciato da questo soggetto e fornitogli da uomini politici. Il ragazzo era stato fermato mentre insieme al padre accompagnava la mamma all’ospedale, percorrendo la strada che unisce alcuni villaggi a quella principale del distretto. Una via costruita col Programma di solidarietà nazionale. Lì, come faceva da tempo con tutti gli abitanti, il teppista voleva impedire il percorso. Alle rimostranze dell’anziano, che sosteneva la necessità e l’urgenza del tragitto, Raqib sparava. Lo feriva gravemente procurandogli il decesso dopo una ventina di giorni. L’assassino fuggiva e tuttora trova rifugio dai Warlods di Parwan, zona dove alla vigilia del risultato elettorale il team di Abdullah ha fatto distribuire dalle 30 alle 50.000 armi a malviventi e balordi. Lo scandalo è venuto a galla e lo stesso governatore della provincia non ha potuto negare l’avvenuta militarizzazione privata della zona, senza che magistrati, polizia ed esercito prendessero provvedimenti. Di Safa gli amici raccontano che veniva da una famiglia di agricoltori della Shamili vally, intenta a coltivare un paio d’ettari di terra. Era ancora bimbo quando ha aperto gli occhi sulla brutalità che la gente del villaggio subiva a opera dei Taliban. Il bambino, assieme a un fratello maggiore, contribuiva al sostentamento familiare vendendo il bolani, tradizionale pane afghano ricoperto di verdure.

 

Caduto il regime dei turbanti gli Ahmad tornarono nel villaggio, sperando di riprendere un’esistenza minima ma dignitosa. Trovarono rovine, campi dissestati e molte difficoltà nel riavviare la coltivazione agricola. Fu quello il periodo in cui l’adolescente Safa incrociò l’attività del Solidarity Party e iniziò a leggere opuscoli dell’organizzazione democratica. Nonostante le difficoltà economiche si riavvicinò agli studi, mentre un’innata sensibilità e il passato di sofferenze lo aprirono ai problemi sociali facendogli acquistare coscienza politica. Quest’ultima si consolidava con incontri, dibattiti e gesti di sostegno che gli attivisti rivolgevano a uomini e donne di città e campagna. Chi l’ha conosciuto lo ricorda come un ragazzo intelligente e ingegnoso. Tempo addietro aveva proposto una rappresentativa provinciale del partito volta a preparare temi e letture che venivano affrontati in villaggi, scuole, moschee per sensibilizzare la popolazione. In una delle stanze di casa aveva creato una piccola biblioteca e offriva ad altri coetanei l’opportunità d’incrociare alfabetizzazione e idee. Per l’impegno che metteva anche nei momenti pubblici delle manifestazioni svolte alla luce del sole che, nel violento panorama afghano, espongono i militanti democratici alle ritorsioni fondamentaliste, Safa s’era guadagnato un ruolo di spicco fra i coetanei. I suoi compagni e i vertici di Hambastagi ne ricordano altruismo e coraggio, ma soprattutto la voglia di costruire un Afghanistan totalmente diverso da quello che l’ha assassinato.

 

Enrico Campofreda

5 settembre 2014

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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