Incerto mondo

Enrico Campofreda

Rohingya: Nobel per la pace contro

Rohingya: Nobel per la pace contro

Sconosciuti ai più, come tante minoranze, i Rohingya che vivono nell’area denominata Rakhine dell’attuale Myanmar (Birmania, prima del 1988) è un’etnia di poco più di un milione di abitanti di religione islamica in una nazione a maggioranza buddista. La triste notorietà acquisita negli ultimi tempi deriva da azioni di solidarietà internazionale sopraggiunte ai tentativi di pulizia etnica compiuti dal locale governo che ha nell’esercito una componente fondamentale, nonostante le svolte para democratiche apparse negli ultimi anni. Di queste aveva goduto l’attuale governatore di fatto del Paese, Aung San Suu Kyi, dissidente a lungo perseguitata dai militari e costretta per decenni agli arresti domiciliari. La campagna per la sua liberazione, condotta con un’ampia eco da molti organismi per la difesa dei diritti, portò Aung (nel frattempo divenuta leader della ‘Lega per la Democrazia’) a vincere nel 2015 libere elezioni. Tutto dopo essere stata insignita del premio Nobel per la Pace nel 1991. Sembrano altri tempi. Secondo alcuni il potere deve aver indurito il cuore della leader che non sembra più battere per la libertà degli individui, perlomeno nel caso dei Rohingya sulle cui persecuzioni la premier ha taciuto a lungo. Se il suo sia cinico calcolo o realismo politico ne dibattono gli osservatori delle leadership come della gestione umanitaria delle catastrofi. Questa citata appare davvero una catastrofe, viste le misure di apartheid subìte dai Rohingya, visti i massacri (quattrocento vittime negli ultimi giorni), vista la marea di persone, calcolata in 140.000 profughi che s’è messa in marcia verso il Bangladesh.

Mentre, in mancanza di alternative, talune proiezioni prevedono un possibile raddoppio della cifra. La gente cerca di salvarsi la vita sfuggendo alla repressione delle Forze Armate di Naypyidaw accusata di aver disseminato di mine antiuomo la linea di frontiera. Non un commento, una frase, una parola sono stati profferiti da Aung nelle settimane di emergenza, lei che aveva patito persecuzioni proprio dai generali golpisti. Perché? Se lo chiede e gliel’ha chiesto un altro premio Nobel per la pace proveniente dalla stessa travagliata area del lontano Medioriente, la pakistana Malala Yousafzai (la ragazza minacciata dai talebani per le sue battaglie per la democrazia e la libertà delle donne dal giogo del maschilismo della tradizione e di un’interpretazione faziosa del Corano). Malala è assai più giovane, venti i suoi anni a fronte degli oltre settanta di Aung, tantoché qualcuno vede in questo gap generazionale l’esatto contrario del passaggio di testimone; una sorta d’abbandono degli ideali maturato con gli anni dalla premier del Myanmar e l’oblìo verso i bisogni degli umili e diseredati. Il cuore giovane che batte per la giustizia ha rivolto un appello senza peli sulla lingua all’attivista di lungo corso, sperando di recuperarne l’etica: “Aung condanni le violenze – ha dichiarato la giovane pakistana -. Il mondo sta aspettando, i Rohingya stanno aspettando”. E dopo tanto la voce di Suu Kyi è arrivata, una voce politica più che umanitaria: “Ci sono notizie e immagini false che mirano alla disinformazione per creare problemi fra le comunità e avvantaggiare gruppi terroristi”. Frattanto l’emergenza continua.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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