Incerto mondo

Enrico Campofreda

Roboski, i massacri e la questione kurda

Roboski, i massacri e la questione kurda

I ragazzi sono morti” dice il titolo che sibila come i colpi ricomparsi da mesi nel Kurdistan turco, le province del sud-est anatolico. E’ un romanzo d’inchiesta che la giornalista olandese Fréderike Geerdink ha realizzato attorno al massacro di Robovski, nel dicembre 2011, che può rappresentare il primo passo del riacceso conflitto turco-kurdo. A compierlo alcuni caccia dell’aviazione di Ankara che bombardarono quel villaggio sul confine iracheno uccidendo 34 persone. Prevalentemente ragazzi, gran parte di un’unica famiglia, gli Encü, che si dedicavano al contrabbando di gasolio e sigarette. Quell’arte dell’arrangiarsi venne scambiata per attività di guerriglia, e credendoli miliziani del Partito dei Lavoratori Kurdo (Pkk), i militari turchi li bersagliarono, sterminandoli. Al momento della strage erano in corso colloqui per un accordo di pace fra emissari dell’allora premier turco Erdoğan e il leader del partito kurdo Öcalan, da anni detenuto nel carcere speciale dell’isola di Imralı. Il sanguinoso assalto iniziò a incrinare il percorso di pacificazione, completamente saltato dalla scorsa estate quando l’esercito della mezzaluna ha posto sotto assedio diverse province del sud-est, operando uccisioni in massa di civili.

Il tema del libro è, dunque, la questione kurda, una delle contraddizioni più grosse con cui si misura la linea del cosiddetto islamismo politico del partito di maggioranza (Akp), su cui pesa l’ingombrante figura del nuovo ‘uomo forte’ di Turchia. Una linea passata dal dialogo allo scontro aperto che rievoca le persecuzioni in odore di pulizia etnica, subìte fra gli anni Ottanta e Novanta dalla numerosa minoranza (nell’Anatolia i kurdi sono 15 milioni). Dallo scorso settembre l’allarme è assoluto: i civili sono bersagli dei militari e muoiono a migliaia; quest’ultimi contano attacchi dei guerriglieri, riportando centinaia di vittime. Il Paese ha la guerra in casa, oltre a quelle che, sul confine siriano, deve combattere come alleato della Nato e quelle che va cercandosi per la boria di supremazia dell’oggi presidente Erdoğan. Pur essendo coinvolta in ciò che attivisti non armati, ad esempio del Partito democratico del popolo (Hdp), definiscono ‘questione kurda’, nel testo l’autrice tiene fede al ruolo critico di giornalista. Tratta fatti scomodi per il Pkk, come i suoi scontri interni anche sanguinosi e quelli rivolti a soggetti della comunità kurda che collaborano con lo Stato turco: possidenti che non accettano le proposte socializzanti del Pkk, e i cosiddetti guardiani di villaggio con una funzione a metà strada fra l’informatore e la spia poliziesca.

Enrico Campofreda, 18 febbraio 2016

 

 

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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