Incerto mondo

Enrico Campofreda

Rifugiati alle Olimpiadi, l’unica vittoria è cancellare le cause

Rifugiati alle Olimpiadi di Rio 2016

Rami, Yusra, Paulo, Yonas, Yiech, James, Anjelina, Rose, Popole, Yolande, dieci vite sottomesse da guerre, oppressioni collettive e individuali, lutti, fame. In Siria, Sud Sudan, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo. Vite riprese in Belgio, Brasile, Germania, Lussemburgo grazie all’ospitalità, grazie al nuoto, all’atletica leggera, al judo. Queste vite arrivano a Rio de Janeiro, XXXI Giochi Olimpici, riunite sotto uno stendardo particolare che va oltre i Cinque cerchi, notoriamente pacificanti e solidali. E’ una scommessa che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e il Comitato Olimpico Internazionale compiono assieme, ospitando una piccola squadra di una nazione diventata enorme, quella dei profughi e rifugiati. Conta sessanta milioni d’individui e purtroppo sembra destinata a crescere. Un’entità che gli uomini di buona volontà che li hanno aiutati in questa significativa presenza, possono anche contribuire a cancellare, presto e nel modo migliore: eliminando le cause della fuga dalla terra d’origine.

Responsabilità che, ovviamente, albergano soprattutto nei piani e negli affari di potenti e potentati del mondo, non di chi sostiene i rifugiati. Di quest’ultimi riportiamo alcune dichiarazioni rese alla stampa all’avvìo della gara della vita. Rami (Siria, nuotatore, 100 m farfalla) “Il nuoto è la mia vita, la piscina è la mia casa”. Yusra (Siria, nuotatrice, 200 m stile libero) “Voglio mostrare a ciascun rifugiato che dopo il dolore e la tempesta, arrivano i giorni sereni”.  Paulo (Sud Sudan, mezzofondista, 1500 m atletica) “Prima di venire qui non avevo neppure le scarpe per allenarmi”. Yonas (Etiopia, maratoneta) “Mi alleno quotidianamente, ma quando mi giungono notizie sui rifugiati aumento l’impegno per l’obiettivo olimpico”. Yiech (Sud Sudan, mezzofondista, 800 m atletica) “Nei campi profughi non abbiamo servizi, non abbiamo neppure le scarpe. Perfino la tempo non favorisce l’allenament,o perché da mattina a sera viviamo fra sole e calura”.

James (Sud Sudan, mezzofondista, 800 m atletica) “Se Dio ti dà talento, hai l’obbligo di usarlo. Correndo bene faccio qualcosa di buono per gli altri rifugiati”. Anjelina (Sud Sudan, mezzofondista, 1500 m atletica) “Come la guerra s’avvicinava al mio villaggio, ogni cosa veniva distrutta. L’ultimo anno la fame era enorme”. Rose (Sud Sudan, mezzofondista, 800 m atletica) “Vorrei creare una gara per promuovere la pace”. Popole (Repubblica Democratica Congo, judoka, pesi medi) “Quando sei bambino hai bisogno di una famiglia per ricevere l’istruzione, io non l’avevo. Il judo mi ha regalato serenità e disciplina”. Yolande (Repubblica Democratica Congo, judoka, pesi medi) “Il judo non mi ha dato denaro, ma mi ha reso forte il cuore”. Mentre sono tuttora in tanti a non poter dichiarare nulla, a non essere più neppure profughi. La loro vita, fra violenze e mancanze, s’è chiusa anzitempo come ogni casa abbandonata o crollata. Come certi confini che provavano a varcare.

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Enrico Campofreda, 5 agosto 2016

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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