Incerto mondo

Enrico Campofreda

Reem Banna, voce eterna della Palestina

Reem Banna, voce eterna della Palestina

Ci lascia in eredità dolci melodie, tipicamente mediorientali, e la profonda coscienza di denuncia dell’usurpazione del suo popolo. Lei che è nata a Nazareth, quasi due millenni dopo Gesù, ed è vissuta una ventina d’anni più del profeta. Per cantare con passione la sofferenza della gente di Palestina, da Reem Banna vista sempre sotto occupazione. Era poco più che bambina quando la sua voce squillante vibrava in una scuola battista, gli insegnanti costatandone il talento la indirizzarono a un approfondimento degli studi musicali. Reem entrò presto in sala di registrazione eseguendo filastrocche per bambini, storie che magari aveva ascoltato dal padre poeta. Proprio alcune ninne nanne particolari – Lullabies from the Axis of Evil – realizzate a seguito della collaborazione col musicista norvegese Eric Hillestad, ne ampliarono la platea d’ascolto soprattutto in Europa. Quell’album del 2003, che lanciava un monito contro le guerre, vedeva la partecipazione di cantanti iracheni, iraniani, della Corea del Nord e di altri Paesi marchiati dalla ‘dottrina sull’asse del male’ coniata in geopolitica dal presidente americano George W. Bush.

Ma Reem un proprio impegno contro quella particolare persecuzione avviata dal 1948 dallo stato d’Israele ai danni della sua gente l’aveva iniziata da tempo. Come interprete e cantautrice d’un dolore patito e rinnovato, giorno dopo giorno, da un’occupazione che ne vuole annullare l’identità e l’esistenza. Strofe e ritornelli ripetevano salam antichi, suadenti e cadenzati, lanciati in armonie avvolgenti e gioiose come i suoi sorrisi anche nel momento della tristezza svelata. Da alcuni anni la luminosità di Reem era attaccata da un tumore, lei l’ha affrontato lottando con l’ottimismo della ragione e l’arte che aveva nel cuore fino alla morte giunta giorni fa. Ultimamente, pur non potendo più cantare, resisteva con la fermezza e la serenità sempre infuse in ogni gesto. Una forza che trovava nel rapporto diretto col pubblico e con chi avvicinandosi ai suoi brani ne scopriva l’umanità e il senso di giustizia. The mirror of my soul, una delle creazioni artistiche più note e impegnate per la denuncia delle condizioni dei prigionieri palestinesi nelle galere israeliane, ne ha reso celebre la coscienza di artista militante che ha posto la carriera al servizio di una causa.

Enrico Campofreda, 30 marzo 2018

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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