Incerto mondo

Enrico Campofreda

Profughi siriani, fame d’istruzione

Profughi siriani, fame d’istruzione

Il ministro turco dell’Istruzione in persona, İsmet Yılmaz, ha diffuso la notizia che nell’anno scolastico appena concluso solo 170.000 dei 625.000 giovani siriani in età scolare, presenti nei campi profughi, hanno potuto seguire regolari lezioni nei 380 Centri di Educazione Temporanea, divisi in venti province anatoliche. Una considerazione a metà strada fra abbiamo fatto ciò che abbiamo potuto e l’ammissione d’un parziale fallimento. Certo, le cifre offerte sono meglio di niente però, considerato che tante famiglie siriane sono presenti in territorio turco ormai da tre anni,  restano carenze e frustrazione. Perché alle tante parole spese dalla politica internazionale non seguono fatti concreti, se solo si pensa agli accordi siglati nel marzo scorso fra l’Unione Europea e il governo di Ankara che promettevano sei miliardi di euro affinché i turchi provvedessero alla sistemazione di quei rifugiati che la “razza europea” non vuole alle sue porte. Un impegno che destina gli spiccioli all’istruzione di bambini e ragazzi, ai quali la crisi siriana sta scippando accanto a una normalità di vita anche la fase migliore dell’apprendimento: quell’età dell’oro che per ognuno non tornerà più.

Quest’insegnamento necessita di strutture logistiche, di materiale didattico e di maestri particolari. Servono persone motivate, dotate di competenze linguistiche perché tanti alunni, soprattutto i più piccini, parlano solo l’arabo. C’è bisogno di rafforzare i docenti affiancandoli a psicologi e pedagoghi e tutto ciò fa lievitare i costi che la Comunità Internazionale considera, quando lo fa, rivolti in prevalenza a cibo e medicine. La Turchia che, fra i suoi mille problemi, sta sobbarcandosi un’emergenza straordinaria ospitando tre milioni di persone concentrate lungo i confini sud-orientali, può sopperire a un compito tanto gravoso solo in parte. Se si aggiungono fattori di mera valenza politica, sia nei confronti degli attori in lotta nella Siria disgregata (i lealisti pro Asad, le tre componenti islamiste antiregime e l’Isis), sia verso la Ue con cui a fasi alterne Ankara è in relazione e ai ferri corti, come sempre l’anello debole è quello umano e in questo caso dei piccoli uomini e delle piccole donne. Ma sono proprio costoro a far brillare certe speranze. I volontari delle Ong che li hanno incrociati raccontano momenti di enorme sete di sapere, anche un focolare nelle fredde serate invernali e l’aria soffocante dei tendoni in queste settimane sono diventati momenti di crescita e cultura.

Enrico Campofreda

© Riproduzione Riservata
Tags

Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

Utenti online