Incerto mondo

Enrico Campofreda

Peshawar-Waziristan, il nostro sangue quotidiano

Quanto sangue e morte avevano conosciuto i bambini e ragazzi di Peshawar prima di diventare vittime loro stessi del terrore che vaga in quella terra? Non lo sapremo mai da chi non può più offrire voce a tanto dolore. Forse, se mai riuscirà a farlo, ce lo narrerà qualcuno fra i sopravvissuti. L’attacco crudele ai figli dei militari pakistani è un atto vandalico che soffoca il cuore di genitori e parenti, delle popolazioni di quei luoghi e anche di chi osserva le vicende del mondo. Un massacro, odioso come tutte le stragi, ma più lacerante, per l’innocenza di chi viene annientato per vendetta e perché deve pagare per il ruolo, in vari casi malevolo, del proprio genitore. Una nemesi storica forzata che prende la via diretta, la più cieca e spietata. Il mondo che si autoproclama civile ne è colpito: dal politico, al religioso, al comunicatore tutti ribadiscono la vergogna d’una simile barbarie. Tacciono, però, su altre stragi, insensate e non meno violente, perpetrate su altri civili. Su familiari e bambini del Waziristan o di quei luoghi dove i talebani vivono e ricevono consenso, spontaneo oppure indotto. Se questo accade nella convinzione o nell’errore di chi accetta di farsi guidare e difendere da simili elementi che rivendicano una propria autoderminazione, può essere oggetto di riflessione e studio.

 

Quello che non racconta o non spiega il “mondo civile”, cui ad esempio si vanta d’appartenere il Pakistan dei signori Nawaz e Raheel Sharif (l’uno premier, l’altro comandante delle Forze Armate), è l’utilità delle azioni draconiane verso i nemici talebani, e soprattutto contro la gente dei villaggi da dov’essi stessi provengono. Gente che li nutre e sceglie di farsi proteggere dai turbanti. In molti casi è una scelta forzata, né libera né liberata dal pashtunwali che tiene unite certe etnìe per ataviche tradizioni e ferree leggi secolari. Ma non sono naturali neppure quei confini imposti da chi fra l’Otto e il Novecento disegnava il mondo, tracciando righe su carte geografiche e cuciva camicie di forza geopolitiche sulla pelle di milioni d’individui. L’imperialismo post colonialista è stato un fallimento come e più delle insane idee con cui i grandi d’Europa cercavano il posto al sole. E se negli ultimi anni c’è chi, come i talebani delle aree tribali (Fata), usa la fede e la spada per imporre il proprio potere, nulla giustifica la strategia del massacro attuata coi bombardamenti sui luoghi controllati da quest’ultimi. Sotto quei missili crepano bambini non diversi da quelli dell’istituto di Peshawar, certe azioni di dura repressione vengono compiute dai padri militari di quei bambini. Prima, dopo la strage della scuola? Che importa? Vengono compiute e basta, ormai da tempo.

 

La follìa del portavoce dei Tehreek-e-Taliban affermava che l’intento dell’azione del commando omicida-suicida era “provocare ai vostri figli, quello che accade ai bambini del Waziristan”. Così si perpetua un allucinante gorgo di violenza senza fine, dal quale nessuno può ritenersi estraneo. Le innocenti vittime sono solo i bambini.

 

Enrico Campofreda

 

22 dicembre 2014

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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