Incerto mondo

Enrico Campofreda

Pasolini, l’infelicità della Storia borghese

Pasolini, l’infelicità della Storia borghese

Il calendario dice: quaranta. Sono gli anni trascorsi dalla morte di Pier Paolo Pasolini. Che se il Destino gliel’avesse concesso, se non si fosse accanito attraverso la subdola e collettiva mano di assassini e mandanti, potrebbe oggi essere un ultranovantenne e magari parlare alla maniera dell’ultimo Ungaretti. Eppure alla lacerazione subìta con la sua scomparsa non è seguito il vuoto. Tutt’altro. La voce, i pensieri, la mente del poeta hanno accompagnato i decenni seguenti, anno dopo anno. E periodicamente si va riscoprendo la modernità e la “profeticità” di tanto sentimento profuso ad ascoltare, studiare, comprendere la nostra contraddittoria società. Il passo introduttivo a quella miniera di riflessioni rivolte alla contemporaneità che sono le Lettere luterane – cui s’affiancano gli Scritti corsari – è straordinariamente attuale.

I figli che ci circondano, specialmente i più giovani, gli adolescenti, sono quasi tutti mostri“. Questa frase choc dell’intellettuale proposta come affermazione-verità è solo parzialmente accusatoria verso la generazione dei figli. E’ la constatazione di come la nemesi storica non tramonti, confermando un sincero grido di dolore per le sofferenze vissute. Non solo le sofferenze dei ragazzi; anche quelle di chi giovane non è più e dopo essere stato figlio è diventato padre. Conservando, comunque, in una parte di sé l’essenza filiale che resta e non si cancella, e ciò non può che raddoppiare la tristezza. Tale malessere nasce dalla società infelice nella quale viviamo e dove i padri risultano responsabili di talune colpe che i figli devono scontare. Si tratta di colpe dai contorni politici rappresentate da una triade maledetta: il fascismo, il clerico-fascismo dell’era democristiana e il più subdolo e pericoloso dei mali: il consumismo.

Quest’ultimo ha travalicato i confini politici e ideologici diventando trasversalmente perverso per tutti, perché “fascisti e antifascisti, padroni e rivoluzionari hanno una colpa in comune“. E la colpa dei padri non è solo il gene violento del vecchio fascismo riprodotto sotto nuove vesti coercitive, ma ancor più quel nuovo fascismo capace di vestire anche panni antifascisti e imporre una visione unica del mondo basata sulla merce. Eppure “L’eredità paterna negativa può giustificare (i figli) per una metà, ma dell’altra metà sono responsabili loro stessi“. Perché ormai tutti, padri e figli, sono accomunati dal pensiero di chi considera la povertà il male peggiore del mondo e impone come unica interpretazione della Storia il punto di vista borghese.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello

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