Incerto mondo

Enrico Campofreda

Pamuk, il mestiere di scrivere in un regime

Pamuk, il mestiere di scrivere in un regime

In un’intervista concessa a uno dei quotidiani turchi (Hurriyet) non “normalizzati” dal presidente Erdoğan lo scrittore premio Nobel Orham Pamuk risponde ad alcune domande scomode del cronista e prende in esame il ruolo dell’intellettuale inserito nel contesto del proprio Paese. Quando, come nell’attuale Turchia, il clima sfiora la guerra civile e deve fare i conti con una feroce repressione che riguarda anche il mestiere di chi informa, pensa, scrive, la situazione si fa contraddittoria. Pamuk, pur aderendo ad alcune campagne lanciate sul fronte interno e internazionale, non crede in una sorta di militanza degli intellettuali, ma per i valori libertari che si è sempre dato non accetta che democrazia e libertà vengano barattate con interessi economici o altro. Le storie che narra non nascondono la realtà presente, la comunità kurda ad esempio, di cui denunciò i massacri insieme a quello armeno, raccogliendo nel 2005 denunce da parte di rappresentanti statali. Né cela lo spettro dell’autoritarismo che, aggirandosi nelle latitudini più diverse, staziona anche in patria.

Così si saldano le mosse coercitive di chi teme coloro che la pensano in maniera diversa. Gli scrittore e gli artisti in Turchia non vivono persecuzioni come accade a qualche collega mediorientale (attualmente in Arabia Saudita, Egitto), gli attuali strali cadono su commentatori politici e giornalisti, ma… Pamuk afferma di non sentirsi vincolato quando racconta storie, diverso sarebbe se dovesse realizzare articoli: a quel punto la pressione giungerebbe a segno, com’è accaduto a decine di reporter di casa. Eppure il suo dissenso verso il regime traspare. Nell’ultimo romanzo pubblicato – Kirmizi saçli kadin (La ragazza dai capelli rossi) – si staglia all’orizzonte un carcere nei pressi di Istanbul. Ogni abitante anatolico ci ritrova Silivri, il penitenziario di massima sicurezza che può raccogliere 11.000 detenuti. E i reclusi nella Turchia degli ultimi tempi diventano numerosi come e più di quelli delle epoche buie dei trascorsi golpe militari. In quelle pagine scrittore, lettori e tutti i cittadini amanti della libertà trovano una presenza spettrale che vorrebbero cancellare.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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