Incerto mondo

Enrico Campofreda

Obeid e Messi, l’informazione nel pallone

Obeid e Messi, l’informazione nel pallone

E’ finita in prima pagina su molti media internazionali la notizia della cancellazione di un’amichevole calcistica che avrebbe preceduto i Mondiali di Russia. La dovevano disputare le nazionali israeliana e argentina, s’era detto ad Haifa. Poi l’annuncio della trasmigrazione a Gerusalemme, nel Teddy Kollek Stadium, creato di recente in un’area periferica dove nel 1948 sorgeva un villaggio palestinese che, come altri, con la nascita dello Stato di Israele venne raso al suolo. La Città Santa delle tre religioni monoteistiche, già ferita nel 1967 quando l’occupazione militare dell’esercito di Tel Aviv le fece perdere lo status di città aperta, è tornata da mesi nell’occhio del ciclone per la rivendicazione fatta dal governo Netanyahu che la vorrebbe propria capitale. Spalleggiato dal presidente statunitense Trump, che lì ha trasferito l’ambasciata Usa, il premier israeliano ha inanellato manovre di bassa diplomazia per calamitare nel luogo competizioni sportive. Coincidenti coi festeggiamenti per il 70° anniversario dello Stato di Israele.

Così sono sbarcate tre tappe del Giro d’Italia, contestatissime dagli attivisti pro palestinesi, quindi quest’incontro di calcio palesemente ricusato dai fan palestinesi del fuoriclasse argentino Messi. Il primo evento c’è stato, la partita invece no. E da qui polemiche e opinioni sull’influenza della politica nello sport e sulla strumentalizzazione a fini politici di quest’ultimo. Il mondo sa che i festeggiamenti di Israele coincidono coi lutti del palestinesi che settant’anni addietro perdevano case, terra, cittadinanza, venivano uccisi e scacciati dai luoghi dove gli avi erano vissuti per secoli. Per ricordare quel disastro da settimane lungo i confini di uno dei posti dove l’etnìa palestinese vive rinchiusa, la Striscia di Gaza, si susseguono manifestazioni che rivendicano il “diritto al ritorno” su quella terra per i milioni di individui costretti a sopravvivere senza patria nei campi profughi. Il 30 marzo, mentre manifestava con amici e compagni, un calciatore palestinese, Mohammad Khalil Obeid, certo non un fuoriclasse come Messi comunque una promessa, veniva falciato da due sibili d’un cecchino israeliano.

Questi, come se ne conoscesse le doti, tirava dritto sulle rotule del calciatore, frantumandole. Carriera finita per Khalil. Comunque gli era andata di lusso, ad altri manifestanti i tiratori scelti con la Stella di David hanno riservato la sorte peggiore. Finora ne hanno uccisi 123, compresa l’infermiera Razan Ashraf Najjar che a braccia sollevate col suo camice bianco prestava soccorso a un ferito. Eppure nell’enorme drammaticità queste storie hanno avuto un’eco inferiore rispetto alla notizia che Messi non darà spettacolo al Kollek Stadium. Le sorti d’un calciatore palestinese interessano poco il circuito mediatico se non è inserito nel lucroso circo dello sport-spettacolo, tampoco interessano vita e morte di quei manifestanti palestinesi fatti bersaglio da un esercito che pratica il killeraggio definendolo “difesa della propria sicurezza”. Quando il presunto pericolo sarebbe rappresentato da ragazzi, certamente rabbiosi, ma disarmati, che la leadership israeliana bolla come terroristi. Di Obeid se n’è parlato perché Messi non ha giocato, di Razan perché vittima sacrificale. Poco si dice della ritualità della morte che Israele pratica da decenni. E soprattutto non la si blocca.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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