Incerto mondo

Enrico Campofreda

Maometto dei misteri. Un libro per scoprire la sua vera storia

Maometto dei misteri. Un libro per scoprire la sua vera storia

Negli ultimi giorni di Maometto, secondo la professoressa tunisina Hela Ourdi che così titola uno studio dedicato al profeta dell’Islam, sarebbe sopraggiunta una sequela di giochi di potere fra chi aveva interesse a impossessarsi della sua eredità spirituale e socio-politica. Nulla di nuovo, visto quello che da millenni teologi del ramo sunnita e sciita rivendicano e si rinfacciano. Ma fra dicerie, tradizione, scritti presenti nei secoli la studiosa puntualizza alcune questioni in un libro che ha il fascino della tragedia. Qualche critico sostiene d’impronta shekeaspiriana. La ricostruzione storica rievoca i drammi degli ultimi anni del profeta: soprattutto la perdita del figlio maschio per cui cadde malato. In quella condizione non scrisse il testamento e fu oggetto di ‘attenzioni e cure’ a sua insaputa che forse ne anticiparono la fine. Anche la figlia Fatima, aggredita e violentata, morirà poco dopo. Suo marito Ali sarà nominato Califfo, ma finirà assassinato e gli eredi massacrati. Un vero scenario apocalittico, e i misteri sulla stessa scomparsa del profeta sono fitti. Fonti scritte citano i sospetti di Maometto sul suo entourage tanto che, quand’era forzato nell’assumere medicine, chiedeva ai presenti d’ingerire la medesima pozione. Autori islamici sostengono che sarebbe deceduto per pleurite, secondo altri sarebbe stato avvelenato da un ebreo di Khaybar. Tesi questa che imbarazza i teologi poiché quest’epilogo va a sminuire il prestigio del profeta. I dottori di Al-Alzhar assicurano, e ciò dimostrerebbe l’intervento divino, che Maometto sopravvisse tre anni all’avvelenamento.

C’è poi la vicenda dell’abbandono del cadavere, lasciato alcuni giorni senza sepoltura, nota stonatissima in una terra come l’Arabia che, per ragioni di clima e salute pubblica, prevede l’inumazione immediatamente dopo il decesso. Due le spiegazioni. La prima: non si voleva credere alla morte del profeta e si pensava che potesse resuscitare. La seconda è politica ed è sostenuta dal ceppo sciita: quei giorni permisero ad Abu Bakr e Umar di scartare la famiglia di Maometto e organizzarsi per la successione. Un utilizzo del tempo necessario a realizzare un colpo di mano, tramite la tribù Aslam schierata da Bakr sulle strade di Medina quale milizia per prevenire contestazioni prima della sepoltura del profeta. In questa mossa c’era un perché: gli abitanti di Medina – dai quali Maometto era riparato assieme ai suoi fedeli dopo l’allontanamento dalla Mecca – non volevano che i cittadini della Mecca li tenessero in una posizione d’inferiorità e miravano a designare essi stessi il capo. Abu Bakr s’impose con l’uso della forza e Maometto non potè organizzare la successione. I primi quattro califfi (Bakr, Uman, Ali, Uthman) si giocarono il ruolo di guida come un affare di famiglia. E non è finita. Secondo fonti diverse dalla tradizione, la morte del profeta sarebbe avvenuta non a Medina bensì a Gaza. Come riferimento storico c’è la presenza di Hâchim, nonno di Maometto, deceduto appunto in quella terra. Un cambiamento di luogo e anche di data: 634 anziché 632 dc. La ragione di tutto ciò sarebbe ancora una volta politica, legata a una legittimazione del potere.

Nel testo della Ouardi, il profeta negli ultimi giorni appare come un vecchio manipolato dalle sue donne e dai migliori amici, vittima di debolezza, ben diverso da quel sigillo dell’Islam che risalta con le dinastie Omayyadi. Quando tale narrazione venne adottata tutti i discendenti del profeta erano stati eliminati, non esistevano rischi che s’instaurasse una dinastia con diritto divino. La tradizione musulmana suffraga tutte le tesi riportate dalla studiosa tunisina e lei puntualizza come le proprie pagine non siano una fiction. Anzi. Nelle interviste rilasciate alla presentazione del lavoro ribadisce come abbia dedicato tre anni ad attente letture del Corano, a fatti attribuiti a Maometto, a sue biografie. Alle obiezioni sulla scarsa affidabilità di talune fonti scritte con prospettiva apologetica l’autrice annuisce però, a suo dire, alcune questioni restano inconfutabili. Al più pensa che la storia dell’impossibilità di Maometto di stendere il testamento possa risultare un’invenzione sciita per sostenere il proprio successore in Ali, ma suppone che Bakr e Umar abbiano ostacolato questa prassi. La conferma viene proprio da teorie dell’area sunnita che non dovrebbe avere interesse ad ammetterlo. In conclusione una riflessione illuminante: forse più che Maometto, i creatori dell’Islam sono stati proprio i successori, interessati a conquistare il Medio Oriente, a offrire una religione al mondo arabo e prospettargli un’universalità.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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