Incerto mondo

Enrico Campofreda

Luce su Regeni, la voce di intellettuali arabi

Luce su Regeni, la voce di intellettuali arabi

Tengono accesa la luce su un omicidio di Stato, uno dei tanti d’un governo sanguinario con cui il mondo e l’Italia non vogliono rompere. Sono alcuni intellettuali arabi che hanno aderito all’appello del giornalista egiziano Raouf Mousaad e dello scrittore iracheno Jabbar Hussin per la verità su Giulio Regeni. La vicenda del suo sequestro, della tortura, dell’assassinio che polizia e Intelligence del regime di Al Sisi non hanno voluto celare è stata sotto i riflettori per qualche settimana a ridosso del ritrovamento del martoriato cadavere. Poi la tensione politica è scemata. Nonostante gli appelli dei familiari, di organismi internazionali, di personalità che hanno domandato chiarezza l’unica palese certezza è l’omertà creata attorno all’ennesimo crimine della giunta militare del Cairo. Un’omertà orchestrata dai vertici dello Stato egiziano, autore nelle settimane, nei mesi e negli anni successivi al golpe bianco, di stragi palesi e occulte nei confronti dei propri cittadini dissidenti. “Regeni è stato ucciso come un egiziano” hanno ripetuto per mesi gli attivisti rimasti illesi dalla stretta repressiva del governo. Una realtà denunciata da pochi nel 2013, quando i media risuonavano la grancassa della seconda fase della “rivoluzione” rivolta contro il regime islamista.

In realtà il sistema militare corrotto e filoccidentale attuava, insieme ai partiti liberisti un’azione per rilanciare l’Egitto servile e lobbista contro quei desideri di giustizia e libertà che avevano animato la rivolta popolare del febbraio 2011. Accanto al mantenimento del consolidato sistema di collaborazione fra esercito e ricchi tycoon, il nuovo corso al potere incarnato del generale Sisi riproponeva la furiosa truculenza degli uomini in divisa, animati da livore reazionario che l’opposizione interna ha conosciuto per decenni. Tutto ciò è stato taciuto da gran parte dell’informazione, ignorato dalle governance di diverse nazioni, interessate a utilizzare il nuovo corso del Cairo alla maniera di quanto aveva già interpretato il dittatore Mubarak per un trentennio: con l’uso del terrore. Per ribadirlo non si è esitato a stroncare le ingerenze critiche di quel poco di stampa libera interna ed estera libera e sono stati montati ad arte parecchie situazioni che dovevano servire a dissuadere eventuali emulatori. Contro i giornalisti è stata usata la galera, verso inchieste come  quella di Regeni su movimenti sociali e sindacali, l’omicidio mascherato. Se premeditazione non c’è stata, palese risulta la volontà politica dell’establishment del Cairo di nascondere esecutori e mandanti, un piano reiterato che rivela una studiata regìa manipolatrice.

La farsa delle indagini conferma non tanto la cattiva coscienza del presidente Sisi e del ministro dell’Interno Ghaffar, ma il preciso segnale di mostrare il deleterio effetto finale a chiunque pensasse di rivelare al mondo i particolari dell’Inferno egiziano. A un quadro tanto drammaticamente delineato, la politica italiana e internazionale hanno mostrato le volute impotenze, sia morale sia amministrativa. Parlando di casa nostra l’ex premier Renzi e l’attuale primo ministro Gentiloni (all’epoca ministro degli Esteri) dopo aver farfugliato fermezza hanno imboccato la via della viltà mascherata da ragion di Stato. Con il doppiogiochismo del trasformismo peggiore hanno inizialmente ritirato l’ambasciatore italiano al Cairo in segno di protesta, ma dopo poco ne hanno designato un sostituto, congelandone la presenza su quella piazza. Gli inquirenti italiani coinvolti nelle indagini sono stati, e continuano a esserlo, dal muro di gomma dei politici-militari egiziani che meriterebbero ben marcati boicottaggi. Al contrario il terreno degli scambi economici continua a essere percorso dalle aziende dei due Paesi coinvolti nella querelle. Altro che verità e giustizia: sulla memoria dello studioso friulano continuano a trafficare il governo assassino del Cairo e quello cinicamente affarista di Roma.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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