Incerto mondo

Enrico Campofreda

L’oppressione delle mille ragazze afghane

L’oppressione delle mille ragazze afghane

Ogni donna in questo Paese ha centinaia di padroni: padri, fratelli, zii, vicini. E’ sempre stato così” dice la regista Sara Mani Mosawi. E rincara: “Tutti credono di avere il diritto di parlare per conto delle donne, perché le nostre storie non sono mai ascoltate ma sepolte con noi, sottoterra”. Chissà se le donne occidentali e noi stessi avremo la fortuna di vedere il film-documentario “A thousand girls like me” storia narrata da una regista nata in Afghanistan, riparata da bambina in Iran e da lì volata in Inghilterra dove ha realizzato studi di cinematografia. Le pellicole impegnate e di denuncia non piacciono alle Major e neppure all’impero della distribuzione che decide cosa farci vedere e cosa ignorare. Si può sempre sperare nei circuiti alternativi, sebbene i nuovi orientamenti della visione in tv (Netflix e dintorni) abbiano spazzato via ogni resistenza di quella che un tempo era la ‘cinematografia d’essai’, virando anch’essi verso cassetta e banalità. La vicenda della giovane abusata dal padre era già nota, la regista la scoprì nientemeno che in televisione. Khatera aveva intrapreso una battaglia per la difesa della sua vita, di quella della figlia Zainab, aiutata in un centro-rifugio e da un’emittente che divulgò la sua denuncia.

Un grido civile oltre che giuridico, al quale Mani Mosawi ha deciso di offrire il proprio contributo. Da quando aveva 13 anni la ventitreenne Khatera ha subìto dal padre un’infinità di violenze sessuali con conseguenti gravidanze. In genere si concludevano con aborti, tranne in due casi con la nascita di una femmina e un maschio. Quest’ultimo venne condotto dal genitore-stupratore nel deserto e lasciato morire lì, la sorellina di tre anni fu risparmiata. Di questo dramma personale la regista ha voluto fare una storia di genere, perché in troppe società – tribali e non – lo stupro, l’incesto, la violenza fisica e morale rappresentano una cruda realtà che continua a essere taciuta. L’attuale legislazione afghana che ha permesso a Khatera Goizad di denunciare i misfatti davanti alle telecamere non le garantirà giustizia certa davanti a un giudice, sempre e solo maschio. Anche per questo motivo la regista fa sua la lotta intrapresa da decenni da tante donne afghane organizzate socialmente e politicamente come, ad esempio, fanno le attiviste dell’associazione Rawa.

In un’intervista concessa ad Al Jazeera Mani Mosawi sottolinea di aver realizzato il film per aiutare a costruire una società diversa per le generazioni future. Riguardo alle difficoltà realizzative del lavoro ha evidenziato “La necessità d’una lunga presenza al fianco di madre, figlia e nonna, almeno tre giorni a settimana, talvolta sino a tarda notte. Solo dopo parecchio tempo le tre si sono liberate dalla mia presenza e da quella della telecamera che ne scrutava l’intimità. Sbarazzandoci dei trucchi d’inquadratura ci si è concentrati sui dialoghi delle donne che, fuori dai ruoli, ribadivano l’essenzialità profonda delle proprie relazioni. Così il messaggio giungeva più intenso”. Nel trattare la mostruosità del crimine contro natura, accanto alla violenza di genere, la figura paterna è rappresentata come un’ombra, presente in voce non nell’immagine, una sostanziale minaccia che grava sulla vita delle donne. “Una scia oppressiva che sta negli sguardi degli uomini rivolti alla partecipazione femminile durante il processo e nella possibile rappresaglia di alcuni familiari. Peraltro non tutti solamente maschi”.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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