Incerto mondo

Enrico Campofreda

L’Europa agli occhi neo ottomani

L’Europa agli occhi neo ottomani

Se, come sostengono gli avversari di quello che viene definito il regime erdoğaniano, il disegno egemonico del presidente turco non tralascia alcun aspetto della vita nazionale, i recenti rilanci di classici della locale letteratura come Felatun Bey e Rakım Efendi ha l’obiettivo di avvicinare la popolazione ai valori ottomani. Quel romanzo è uno dei più celebri fra i molti realizzati da Ahmet Mithat Efendi, prolifico scrittore e traduttore vissuto fra il 1844 e il 1912. Periodo in cui le glorie del sultano s’offuscavano e, per conservare un potere sempre più insidiato dalle smanie imperiali e coloniali anglo-francesi, lui s’apriva a riforme che, comunque, puntavano a distinguere i propri caratteri da quelli del “malato modello europeo”. Con l’Europa il mondo turco tardo-ottomano si porrà in una posizione d’apertura e confronto per una sfida rivolta a esaltare le proprie caratteristiche, così da non respingere le novità occidentali, rivisitandole, però, coi tratti della cultura della Sublime Porta. Pur se l’impero non era più quello di Solimano il romanzo di Mithat Efendi, datato 1875 e ora rilanciato da cultori del neo ottomanesimo, è perfetto nel messaggio offerto.

Esamina la vita di due giovani: Felatun e Rakim. Il primo è il figlio viziato d’una ricca famiglia che ha provveduto a mantenerlo ben oltre gli studi, sostenendone un’esistenza egoista e vagabonda. Grazie agli appoggi paterni Felatun acquisisce un impiego da funzionario governativo, ma di fatto vive da dandy, incatenato ai costumi occidentali. Rakim viene, invece, da un ambiente povero. E’ anch’egli un funzionario, del ministero degli Esteri, ma s’è guadagnato quel posto col duro lavoro. Rappresenta il prototipo del giovane modesto, disciplinato e coscienzioso, aperto agli aggiornamenti culturali occidentali, ma rispettoso delle locali tradizioni. Due esempi opposti per un’inevitabile morale un po’ manichea che vedrà Rakim ricompensato per la sua parsimonia, mentre un dissoluto stile di vita condurrà Felatun alla rovina. Il pensiero dell’autore va diretto al nocciolo della questione: “Se proviamo a europeizzarci per desiderio di diventare europei, avremo perso il nostro carattere. Se, invece, aggiungiamo la civilizzazione europea al nostro pensiero, avremo non solo preservato e perpetuato il nostro carattere, l’avremo anche fortificato”.

Una chicca per l’attuale presidente turco, critico con le Istituzioni del vecchio continente e concorde con l’idea della superiorità che un certo neo ottomanesimo sente verso il dissoluto Occidente.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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