Incerto mondo

Enrico Campofreda

Le tremila notti delle Layla di Palestina

Le tremila notti delle Layla di Palestina

Tremila notti è durato l’incubo di Layla, insegnante palestinese fermata in un posto di blocco a Nablus, nei Territori Occupati dall’esercito israeliano. L’accusa è aver dato un passaggio a un ragazzo che verrà incriminato per  terrorismo. Secondo i giudici la mancata conoscenza del giovane non sminuisce la responsabilità e la conseguente pena della donna: otto anni di reclusione. In prigione Layla, incinta, partorirà un bambino, chiamandolo Nour come speranza per il futuro di entrambi. La trama di questo film, scritto e diretto dalla regista Mai Masri, è una storia reale, una di quelle che accadono ai settemila detenuti palestinesi nelle galere che Israele ha creato anche in Cisgiordania. La regista, iperpremiata al Festival del Cinema di Toronto due anni or sono, rappresentava con la sua opera la Giordania all’89° notte degli Oscar, sebbene alla fine non abbia avuto l’agognata nomination. Nonostante il valore narrativo e interpretativo della pellicola, riconosciuti da numerosi critici, il film ‘infastidisce’ e rischia di restare fuori dai circuiti della distribuzione per un filtro ‘ideologico’. Perché il lavoro, drammatico e poetico, mette a nudo una realtà seppure risaputa: l’abuso compiuto da Israele nei confronti di un popolo.

L’esercito occupante spesso incarcera cittadini palestinesi senza motivo, con sospetti infondati, come nel caso di Layla, e fa di quest’abuso una normalità che, reiterata nel tempo, rovescia i ruoli, e chi subisce un’angheria è impossibilitato a dimostrare innocenza ed estraneità. Non solo. Ma come per la creazione delle illegali colonie ebraiche nella terra destinata ai palestinesi, queste carcerazioni illecite, diventano una normalità. Così nel comune sentire si sono creati gli stereotipi dell’ebreo comunque perseguitato, anche quando opprime, e del palestinese terrorista, anche quando non commette alcun reato. La macchina da presa della Musri è descrittiva come la sua penna: situazioni, spazi, colori, luci, ombre, rumori creano la claustrofobia dell’anima nella persona ingiustamente vessata. Eppure nell’angusta visuale creata dalla galera, la solidarietà fra detenuti riesce a dipingere chiarori anche quando, scaduti i termini di legge, la luce portata alla madre dal proprio figliolo viene spenta dal suo affido a strutture esterne. Alla notte carceraria vissuta dalla popolazione palestinese, sia quella prigioniera sia quella costretta alla semilibertà vigilata dall’esercito occupante, non manca una speranza di riscatto sostenuta da un’incrollabile dignità.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello

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