Incerto mondo

Enrico Campofreda

Le tersicoree di Gaza

Le tersicoree di Gaza

Lo chignon è perfetto, le movenze da corpo di ballo perfezionabili, l’impegno altissimo. Il sogno, poi, vola sulle punte e carica la piccola muscolatura per un enjambée che, prima del palco, dovrebbe portarle fuori dall’assedio.

Alla scuola di danza Al-Qattan di Gaza – sì, la Striscia di neanche quaranta chilometri per quindici dove vivono ammassati e assediati un milione e ottocentomila palestinesi – cinquantatré bambine fra i 5 e gli 8 anni si sono presentate a un’audizione tenuta da un’insegnante dell’arte tersicorea.

Il progetto danza era una bella idea cui tenevano da tempo alcune famiglie. Certo gli assalti e i massacri, messi periodicamente in atto da governi ed esercito israeliani e rivolti contro la popolazione con migliaia di vittime anche fra i bambini, bloccavano l’intenzione.

Un ulteriore freno era la conseguente distruzione dell’edilizia, pubblica e privata, con la cinica predilezione per ospedali, scuole, i pochissimi impianti sportivi (prevalentemente campetti di calcio).

In una delle azioni di “Piombo fuso”, come Israele nominò la prima offensiva che bruciava i gazousi con l’utilizzo di bombe al fosforo bianco, taluni ragazzini-calcatori impegnati sulla spiaggia diventarono bersagli e carne bruciata.

Per un periodo un altro ostacolo è stato il preconcetto con cui parecchi padri islamici conservatori non consentivano alle figliole di dedicarsi alla danza.

Ma la passione e l’energia con cui l’ucraina Tamara, sposata a un palestinese e insediata nella Striscia, ha iniziato a divulgare il progetto è diventato un collante per il desiderio di tante bambine.

Alle cinquanta potenziali allieve della prima scrematura, che ha selezionato quattordici ballerine, se ne sono aggiunte altrettante e ora, spazio permettendo, l’associazione darà vita a un secondo corso. Indispensabile per fare movimento e divulgare un’arte antica come l’uomo, istillando i concetti di armonia e bellezza.

Utile per conferire forza a bambine che a sette anni hanno già conosciuto quattro guerre, magari brevi ma intensissime e feroci come ogni conflitto sa essere, specie quando colpisce impotenti civili per giunta infanti.

Gli educatori, oltre alle madri, conoscono le angosce e gli incubi che i piccini di Gaza serbano nella mente, e sanno che simili iniziative sono un percorso salvifico per quegli occhi che hanno imparato prestissimo a conoscere sopraffazione e violenza.

I nomi francesi dei movimenti che la maestra mostra e le bimbe, con fatica, imparano, come il non facile jete en tournant, serviranno a lenire lutti e dolori.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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