Incerto mondo

Enrico Campofreda

La via delle capre, un progetto di micro investimento per le donne afghane

Una capra per una vedova è un progetto che, col passare degli anni, ha riscosso seguito e consensi fra quelle persone che desideravano aiutare concretamente le donne afghane. L’idea è nata nel 2010 nell’Ong bellunese, Insieme si può e s’è materializzata nella consegna di una trentina di capi alle vedove di alcuni villaggi. L’iniziativa s’è rivelata un successo e prosegue da quattro anni, non senza difficoltà logistiche e di sicurezza nelle aree prescelte, ma prosegue. In Afghanistan i denari sono granelli di sabbia che scivolano fra le dita: la corruzione e il costo della merce fagocitano tutto. Paga – e sembra un amaro gioco di parole – l’iniziativa che punta al bisogno primario. La capra fornisce latte, lana, sterco, si accoppia e si riproduce, è dunque un mezzo per entrare negli ingranaggi dell’economia rurale del villaggio. Per una donna senza uomini in casa rappresenta un piano di micro credito con cui mantenere la famiglia.

Sono questi i punti essenziali che conducono attivisti come Carla Dazzi e Daniele Giaffredo in regioni povere, colpite anche di raid aerei delle forze Isaf e da incursioni talebane. In quelle zone la gente continua a vivere pur fra le mille contraddizioni d’un conflitto infinito di un Paese volutamente tenuto in simile precarietà. Durante l’ultima consegna di capre, resa possibile sempre grazie al sostegno predisposto dalle militanti di Rawa (Revolutionary Association Women of Afghanistan), il gruppo dei volontari non ha potuto raggiungere due villaggi di Parwan sottoposti a un’offensiva guerrigliera. L’incontro è avvenuto a metà strada fra quella provincia e quella di Kabul. Però quando i volti delle donne spuntavano dal ch’adori apparivano ampiamente soddisfatti. In questo caso non si coprivano solo per uniformità alle pratiche comportamentali d’un Islam conservatore, ma per evitare d’essere riconosciute. Qualche informatore dei Taliban può risultare sempre in agguato e le vedove temono ritorsioni.

Le storie narrate da anziane e giovani sono sempre permeate di dolore. Un’anziana con occhi profondi e liquidi e indefinibile età dice: “Ho cinque figli. Durante la guerra civile mio marito è uscito di casa e non è più tornato. Di lui non ho più saputo niente. Mio figlio era un bravo ragazzo, provava a lavorare anche in mezzo a quella stramaledetta guerra. Tutte le mattine usciva di casa in cerca di una qualsiasi occupazione. Un giorno gli piovve addosso un lancio di razzi, venne colpito da una scheggia in pieno stomaco e morì dissanguato”. Una donna più giovane, Hazefe, che deve badare a tanta prole va sul concreto: “Da quando ha accusato dolori alla schiena e ha avuto difficoltà a camminare, mio marito è disoccupato. Lavorava per il governo, ma non ci hanno pensato due volte a licenziarlo. Ora non sappiamo come tirare avanti, Karzai ci regala solo disgrazie. Avrebbe dovuto occuparsi della gente, darci un pezzo di terra da coltivare, una casa in cui abitare. Invece nulla”. Una bambina guarda con aria interrogativa. Per lei parla la militante di Rawa: “Ha perso il padre e la madre durante i combattimenti. Ha un fratellino, adesso è lei il capo famiglia”. Una capra le spetta.

Per un’altra distribuzione si sale sulle colline che circondano Kabul, i cui fianchi sono coperti da basse costruzioni di lamiera e fango. Una sequela di strade polverose dove sono incastonati, senza soluzione di continuità, piccoli negozi e officine. L’auto frena dopo essere entrata in una traversa, si ferma davanti a un tugurio situato accanto a uno spaccio. Fuori sono seduti due uomini, uno di loro con la barba tinta di henné. Guardano incuriositi. Gli ci vuole meno di un secondo per capire che siamo stranieri. “Questa è l’abitazione di una delle nostre sostenitrici” sussurra Weeda “Entriamo velocemente, perché qui le voci corrono ed è meglio non rischiare. Tutto è stato predisposto”. All’interno c’è un angusto cortile, quasi interamente occupato da capre che brucano indisturbate, provano ad addentare anche gli splendidi girasoli piantati in alcuni angoli. Le donne sono raccolte nella stanza principale della povera casa. Sono in undici, quasi tutte anziane e, al primo sguardo, non in buona salute. La più vecchia si siede su una specie di pedana, tenendo entrambe le mani sulla schiena.

Enrico Campofreda

2 luglio 2014

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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