Incerto mondo

Enrico Campofreda

Kunduz, la strage dei dottori

Kunduz, la strage dei dottori

Morire sotto le bombe, di fatto nemiche e assassine ma considerate necessarie dal governo di Kabul perché i nemici, i terroristi, sono quelli coi turbanti neri. Turba, invece, la notizia che aerei da guerra statunitensi bombardino un ospedale. Non è la prima volta, e a Kunduz nel profondo nord afghano, è stato un massacro. Sono morti in ventidue, dieci fra medici e operatori sanitari, più dodici ricoverati, tre di loro erano bambini. L’ospedale di Medecins sans frontières era lì da tempo, curava, come fa l’Emergency di Gino Strada, ogni ferito di guerra, talebani compresi. Perché a un medico non servono passaporto, politica e fede per assistere un malato, chiunque ha diritto alla cura, è una legge deontologica prima che scritta sulle carte internazionali. Eppure questa morale non piace ai generali della Nato che affermano di difendere il genere umano, ma lo fanno secondo logiche più perverse di qualsivoglia manicheismo, logiche d’un potere che diventa a sua volta terrore. Questo mostra la notte di fuoco di Kunduz che ha visto caccia statunitensi vomitare bombe per circa un’ora su una struttura sanitaria conosciuta, e implorante al telefono ai comandi militari Nato di smettere la folle carneficina.

Le chiamano “regole d’ingaggio” e definiscono “danni collaterali” i cadaveri lasciati a terra. Una terra arrossata di sangue. Tanto ne ha perso il venticinquenne Ehsan Osmani, che stava lavorando in un’unità intensiva quando è iniziato l’attacco americano. Il dottore era cresciuto nella città di Kunduz e, nonostante la giovane età, aveva accumulato un’intensa esperienza con l’organismo MSF. Si sarebbe a breve dovuto trasferire in un ospedale di Kabul. Il bombardamento americano l’ha bloccato per sempre. I colleghi lo ricordano come un giovane generoso e un buon amico. Zabihullah Pashtoonyar era un uomo della sicurezza dell’ospedale, proveniva da studi universitari ed era legato a un’emittente, Radio Kayhan, dove conduceva un programma di poesia e letteratura, con una voce seducente. Così lo descrivono gli ascoltatori che l’hanno conosciuto. Nell’attacco è stato colpito da schegge e, ferito qual era, non è riuscito a ricevere assistenza nella struttura in fiamme. In un annuncio lo piange anche il Comitato dei cronisti locali, ricordandone la cultura e l’umiltà. Dire che quell’intervento servisse a combattere dei terroristi è un’infamia. Che si raddoppia perché, anche in questo caso, nessun responsabile militare e politico pagherà.

8 ottobre 2015

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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