Incerto mondo

Enrico Campofreda

Khaled, martire di Palmyra

Quanto sia nuociuto di più a Khaled al-Asaad se la passione per le antiche vestigia di Palmyra di cui è stato sino alla morte fedele difensore o la vicinanza al presidente Bashir al-Asad (assonanza nel cognome ma non omonimia né familiarità, e chi l’ha conosciuto afferma neppure politica), non è dato sapere. Resta la fine, crudelissima com’è nella pratica dei fanatici del Daesh. Sequestrato, sgozzato, crocifisso. A ottantuno anni. L’uomo, che aveva studiato storia all’università di Damasco, s’era per suo conto appassionato all’arte, alle antichità presenti nell’area natìa e da autodidatta aveva iniziato ad approfondire la materia. Capitello per capitello, sotto le colonne irradiate dal sole una passione smisurata l’aveva collocato al fianco di archeologi e poi sempre più su, l’aveva responsabile dello straordinario tesoro serbato nei millenni fra le sabbie rosate di quel deserto. Una barbarie già attiva sui libri antichi di Mosul, quindi sulle statue del museo di quella città e su siti archeologici anneriti dall’oscurantismo dei miliziani di Al-Baghdadi, ha reso bersaglio l’anziano archeologo.

 

Coi suoi figli Khaled da alcuni mesi aveva trasferito i tesori di pietra  trasportabili fuori dall’area di Palmyra in un nascondiglio rimasto  fortunatamente tuttora segreto. I miliziani neri volevano che gli rivelasse il luogo, lui temporeggiava, fino a rifiutarsi categoricamente di fornire l’indicazione. Già vedeva la mazza distruttrice con cui alcuni miserabili cecchini dell’arte s’erano, nei mesi scorsi, immortalati mentre perpetravano il proprio scempio. Perciò no, e no. Khaled non ha parlato neppure di fronte alle minacce di morte atroce. E’ andato incontro con fermezza alla sua missione: custodire un patrimonio basato su generazioni, popoli ed epoche lontane fra loro secoli. Questo – accanto alla bellezza architettonica, alla purezza stilistica – rappresentava la magnificenza dell’area di Palmyra (e d’ogni sito storico): essere testimonianza d’un passato che ha valore in sé oltre il pensiero umano e la fede divina. L’arte è sempre stata e sarà una materia speciale che avvicina l’immanente al trascendente. Il martire Khaled ne è stato un angelo.    

 

Enrico Campofreda

 

21 agosto 2015

 

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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