Incerto mondo

Enrico Campofreda

John Berger, lo sguardo eterno che perlustra il mondo

John Berger, lo sguardo eterno che perlustra il mondo

Certi alberi – in particolare i gelsi e i nespoli – parlano ancora di come, molto tempo fa, in un’altra vita, prima della Nakba, Ramallah fosse, per le persone agiate, una città di svaghi e piaceri, un luogo dove ritirarsi dalla vicina Gerusalemme durante la calura estiva, un rifugio. Con Nakba si intende la <catastrofe> del 1948, quando diecimila palestinesi vennero uccisi e settecentomila furono costretti a lasciare il proprio paese. Molto tempo fa le coppie appena sposate piantavano rose nei giardini di Ramallah in segno d’augurio per la loro futura vita in comune. Il terreno alluvionale era adatto alle rose. Oggi (le riflessioni sono del 2003) non c’è muro del centro della città di Ramallah, diventata capitale dell’Autorità Palestinese, che non sia ricoperta di fotografie di morti, scattate quando erano vivi, e ora ristampate in forma di piccoli manifesti. I morti sono i martiri della seconda Intifada, iniziata nel settembre 2000. Tra i martiri figura tanto chi è stato ucciso dall’esercito e dai coloni israeliani, quanto chi ha deciso di immolarsi in una controffensiva suicida. Questi volti trasformano i caotici muri cittadini in qualcosa che ha lo stesso grado di intimità di un portafogli pieno di carte e foto private. Il portafogli ha una tasca per il documento d’identità magnetico rilasciato dai servizi di sicurezza israeliani, senza il quale nessun palestinese può spostarsi neppure di qualche chilometro, e un’altra tasca per l’eternità. Attorno ai manifesti, i muri sono sfregiati dai proiettili e dai segni degli shrapnel…

L’autore di questo che è reportage giornalistico, commento poetico, saggio riflessivo – che potrete trovare in “Modi di vedere” a cura di Maria Nadotti, per Bollati-Boringhieri – giorni addietro ha salutato la sua lunga, instancabile, creativa e sempre curiosa vita. E’ John Berger, artista dell’immagine e della parola che dagli occhi, dallo sguardo, dall’osservazione delle cose puntava a interrogarle per cercare di comprenderle, per disegnarle e narrarle. Diceva di amare alberi o fatti allo stesso modo, non per sminuire quest’ultimi bensì per far comprendere il suo approccio, che era analisi e indagine della mente e del cuore. Insomma s’avvicinava mirando e ascoltando, senza idee preconfezionate. Lo testimoniano i suoi romanzi più celebri e lavori come quello svolto a inizio anni Settanta col fotografo Jean Mohr sui migranti incontrati in Alta Savoia e altrove, volti contadini di varie etnie che il capitalismo moderno portava in giro per l’Europa come schiavi. Riflettendoci Berger chiedeva:  “Perché i paesi industriali d’Europa hanno bisogno, per essere produttivi, di ventidue milioni di mani e di braccia che svolgano i lavori più umili? Perché i proprietari di queste braccia e mani sono trattati come pezzi di ricambio di una macchina? Che cosa spinge il lavoratore migrante a lasciare il suo villaggio e ad accettare questa umiliazione?” Domande di economia politica che non s’accontentavano di cercare le cause e nel provare a rispondere posava lo sguardo sull’uomo con la delicatezza dei poeti di cui ammirava la magia. Sentite che versi: “Il poeta vola in cielo come un uccello e ignora la frontiera” E ancora: “Sono i poeti a raccogliere quella polvere d’oro che è racchiusa nelle vite reali e nelle relazioni tra gli individui”.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello

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