Incerto mondo

Enrico Campofreda

Istanbul stratificata

Istanbul stratificata

E’ una scoperta che l’archeologia ha rivelato in questi giorni. Conferma quanto la storia di Costantinopoli-Bisanzio-Istanbul ha insegnato per secoli. Secoli di guerre, sangue e dominazioni. Periodi, più o meno lunghi, di civiltà che si sono scontrate e  mescolate, come insegna la storia dell’umanità. Accade a Fatih, quartiere islamissimo della città sul Bosforo, la cui denominazione indica il ruolo “conquistatore” avuto dagli ottomani del sultano Maometto II nel 1453, quando prese avvio l’impero della Sublime porta, un dominio che per 623 anni giungerà sino alla soglia del secolo breve. Fatih, dunque. Strade fitte di via vai e ogni sorta d’attività d’una metropoli che nella gestione politica dell’ultimo ventennio ha visto un ex sindaco, nato nel popolarissimo agglomerato urbano di Kasımpaşa, passare dalle patrie galere per la repressione politica subìta, a rappresentare prima al governo, ora alla presidenza della Repubblica il volto della Turchia del Terzo Millennio. Una ricerca di modernità nella tradizione.

Ma la tradizione che Erdoğan ricerca unicamente nella fede islamica, segnata a Fatih dai mille veli sui volti di donne e ragazze, il ventre di Istanbul che fu Bisanzio e fu Costantinopoli lo restituisce bizantino e romano. Romano cristiano e prima ancora pagano. Il dna sta tutto nel sottosuolo della moschea Şeyh Süleyman, nota anche come Zeyrek. La potrete trovare attraversando il grande ponte Atatürk, venendo dal mitico quartiere di Galata. Rispetto alla maestosità di altre moschee di quell’area di Istanbul, la stessa dove svetta la grande Moschea Blu, Zeyrek quasi si perde. E’ un edificio piccino, trasformato in luogo di culto musulmano sulle vestigia d’un monastero bizantino dedicato al Cristo Pantocrate. Lì, dicevano gli studiosi, doveva sorgere un precedente cimitero romano. Un arcosolio (sepolcro arcato), apparso in una fase di ristrutturazione, suffragava la tesi, e si pensava alla tipica zona di catacombe cristiane. I recenti ritrovamenti di ricerche iniziate nel 2013, decretano che nel luogo ci fosse un precedente cimitero pagano. Un percorso che fa da monito a chi va alle urne a fine giugno misurandosi col progetto presidenziale di azzeramento del passato: la Turchia è multiforme, come la sua storia.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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