Incerto mondo

Enrico Campofreda

Istanbul a Milano, con un frammento del Museo dell’Innocenza

Istanbul a Milano, con un frammento del Museo dell’Innocenza

La scarpa e il cucchiaino, insieme alla saliera e il bottoncino d’una camicetta. L’amore immenso, appassionato, ossessivo di Kemal per la cugina Füsun, descritto in uno dei classici romanzi del Nobel della letteratura, lo scrittore turco Örhan Pamuk, un amore diventato impossibile per stato sociale, omologazione con la tradizione, destino pregresso e iniziale passività del giovane, promesso sposo alla pur avvenente Sibel, diventarono simboli esposti. Pamuk rilevò quella casa, frequentata dai protagonisti dell’avvincente storia, in un angolo della Istanbul storica. Si trova sotto il decumano, trasformato negli ultimi tempi dell’Impero e anche nell’epoca di Atatürk nella vetrina della metropoli sul Bosforo: Istiklal Caddesi. Masumiyet Müzesi è a metà del percorso, scendendo nell’area di Çukurcuma, che fra i Settanta e gli Ottanta quando un fremente Kemal l’attraversava di sera, aveva i suoi vicoli chiassosi desertificati dal coprifuoco dei militari. Oggi la casa-museo ha un bel colore rosso mattone. Non solo per la ristrutturazione riservatole dal progetto della memoria voluto dall’intellettuale, che ha preso spunto dalle vicende di Kemal Basmacı per lasciare nell’amata città una testimonianza che lega la vita sentimentale al più grande amore per la vita, ma per la passione totalizzante verso la storica metropoli cui ha dedicato l’affresco del romanzo omonimo.

Da oggi fino al 24 giugno il Museo Bagatti Valsecchi di Milano, in seno alla mostra “Amore, musei, ispirazione”, ospita alcuni pezzi del museo istambuliota. Sono ventinove vetrine che ricreano scampoli dell’atmosfera magica che si può respirare dentro l’edificio di Çukurcuma Caddesi, ma vale la pena accarezzarli. Soprattutto per chi ignora la spirale degli eventi di quella storia e può essere stimolato a tuffarcisi. Una storia ferocemente fatale per i protagonisti, ma egualmente romantica pur nell’assurdità di risvolti ossessivi, come l’accettazione d’un destino che appare insormontabile e viene lenito dal raccattare, dapprima segreto col tempo palese, dei mille frammenti capaci di mantenere un legame precedentemente vissuto con energico vigore e travolgente sensualità. Lettura del romanzo e visita della mostra meneghina potranno fare da trampolino per un futuro ingresso nel Museo dell’Innocenza nel quartiere di Beyoğlu. Perché, per chi non l’avesse mai fatto, può diventare l’occasione per gustare quegli angoli popolari della città che sopravvivono al tempo, alle mode e alle manìe amministrative (ma questo, purtroppo, accade ovunque) di snaturarli. Certo, le case di legno tipiche della tradizione locale, che pure erano presenti finché Kemal correva ansimante verso l’adorata Füsun, sono quasi del tutto scomparse. Eppure la magìa del Bosforo resta e Masumiyet Müzesi le fa da sentinella.

Enrico Campofreda, 19 gennaio 2018

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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