Incerto mondo

Enrico Campofreda

Istanbul, l’assedio al paradiso della diversità

Istanbul, l’assedio al paradiso della diversità

Poiché Istanbul non è mai stata la colonia degli occidentali che la descrissero, disegnarono e filmarono, il fatto che costituisse un materiale esotico per i viaggiatori occidentali non mi disturba né mi rattrista. Anch’io, spinto dallo stesso entusiasmo, trovo esotici questi viaggiatori, le loro paure e i loro sogni nei nostri confronti, e spesso li leggo non per divertirmi, informarmi o guardare la città uscita dai loro pennelli, ma per occuparmi del loro mondo. Inoltre erano venuti qui, a casa mia, per i loro desideri, le loro fissazioni, e avevano descritto ciò che avevano visto: così il mio mondo si è infiltrato nei loro testi e disegni”.

E’ un passo (nel capitolo trentunesimo) di quella ‘Istanbul’ di Orhan Pamuk che mette nero su bianco storie e sensazioni. C’è in esso l’orgoglio autoctono dell’abitante che ne rivendica un’esistenza propria, poiché la città romana, bizantina, ottomana, quel crocevia di Oriente e Occidente non è mai stato colonia, neppure dei molti mercanti e avventurieri che la consideravano magione propria. Certo, all’epoca dei viaggiatori-letterati che da Goethe in poi intrapresero, dal cuore dell’Europa e con l’insita centralità d’un rinnovato neoclassicismo, abbandoni nei luoghi della Storia, la ricerca dell’esotico diventava uno degli elementi più inseguiti. E Istanbul si prestava come nessuna al mondo.

Forse l’unico spazio dove il confronto, la miscellanea di usi, costumi e culture, trovavano incontro, voluto o fortuito, e tutte s’arricchivano acquisendo quel fascino che romantici e naturalisti rincorsero per tutto il XIX secolo. Era ancora in piedi un Impero, l’Ottomano, che durò quasi sei secoli, fu terribile e fascinoso, sanguinario e in alcune fasi riformatore. Fu soprattutto multietnico e linguistico e religioso, l’Islam, pur a fasi alterne, si trovò a convivere con altre fedi. Questa memoria Istanbul la serba fra i suoi dossi, negli anfratti antichi che ancora sopravvivono a Tarlabasi, aree centrali su cui si riversa la brezza del Bosforo. Nelle radici di certa sua gente non votata a chiudere gli occhi e abbracciare ideologie. Nel Novecento il kemalismo iper laico di Atatürk, con l’avvìo del Millennio l’Islam a una dimensione dell’attuale presidente Erdoğan. Ciascuno divorato dalla smania di potere, ognuno padre e patrigno di cittadini visti come sudditi. Un desiderio antico che riporta a volontà cesariste più che a forza da Stato Sublime. Di taluni richiami resta solo la volontà di potenza, l’ottusità di chi vede il mondo unicamente col suo sguardo e dall’alto di una vanagloria teme e rifiuta ogni diversità.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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