Incerto mondo

Enrico Campofreda

Istanbul cangiante

Istanbul cangiante

I due volti di quello che gli abitanti di Istanbul chiamavano Akm (Atatürk Kültür Merkezi cioè Centro Culturale Atatürk) sono ormai un ricordo. Dopo la demolizione, sulla via del rinnovamento urbano e della restaurazione politica, si possono solo guardare le immagini del funzionale centro culturale polivalente che sovrastava piazza Taksim a Istanbul. Esempio di architettura degli anni Sessanta al quale la cittadinanza era affezionata al di là della simbologia. Intitolato al padre della patria laica, in epoca ben lontana dalla sua scomparsa, gli istanbulioti ne apprezzavano principalmente l’uso. Sede del Teatro di Stato e dell’Opera del balletto, ospitava un ricco cartellone di spettacoli in una sala da 1.300 posti. Ovviamente la ricettività non teneva più il passo dei mega eventi, ma non per questo, a detta di molti, la funzione della struttura doveva essere azzerata. Invece è accaduto. Di mezzo c’è stata la caparbietà dell’allora premier Erdoğan e il progetto di modernizzazione della città (non esente da affarismo speculativo) su cui il politico dell’Akp ha rilanciato la propria  leadership personale. L’ha fatto alla sua manierà: decidendo e imponendo. E nei confronti di chi non ci stava: reprimendo.

Ne nacquero, proprio cinque anni fa, le settimane di protesta del Gezi park che hanno visto inizialmente gruppi di giovani, poi decine di migliaia di persone scendere in strada e contestare contenuti e forme dei restyling di governo. Nel ridisegno di Taksim rientravano l’abbattimento dell’Akm e l’eliminazione del grazioso parco cittadino, sostituiti dalla riedificazione di una caserma in stile ottomano (danneggiata nel 1909 e demolita alla fine degli anni Trenta), una moschea e un centro commerciale. Simboli per la poltica di Erdoğan, rivolta ai fedeli islamici, buoni cittadini nazionalisti e consumatori. E’ l’immagine del percorso socio-politico attuato dall’Akp nell’arco del quindicennio di un’amministrazione trasformatasi in consenso di regime. Così i giorni di protesta di fine maggio e giugno del 2013, divenute giornate di sangue (nove morti, oltre ottomila feriti, un migliaio di arrestati) con echi in tante città turche, divennero il prodromo dello scontro che da quel momento ha polarizzato il Paese, proseguendo su altri argomenti e terreni. I fatti stanno dando ragione all’uomo duro della nazione che in queste ore, mentre l’ennesima moschea levita verso il cielo, si fa fotografare fra imprenditori e fan che a breve lo sosterranno nell’urna. Proiettato da presidente verso quel centenario della moderna Turchia che lo eternizza, oltre Atatürk.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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