Incerto mondo

Enrico Campofreda

Israele chiude gli occhi che testimoniano la morte

Israele chiude gli occhi che testimoniano la morte

Yasser Murtaja, il reporter che non aveva mai potuto viaggiare, ha terminato il percorso di vita che lo legava a Gaza. La sua terra, una terra trasformata in prigione per lui e due milioni di palestinesi, tenuti lì e impossibilitati a muoversi, per grazia di Israele e del mondo. Yasser faceva volare piccoli droni che riceveva chissà da quale tunnel del contrabbando, i pochi rimasti delle centinaia ostruiti, in genere con le cattive, dall’esercito di Tel Aviv. Con quegli strumenti filmava dall’alto e una locale agenzia d’informazione con cui collaborava – Ain Media – diffondeva le immagini mostrando la quotidianità nella Striscia-prigione. Sui confini israeliani da fine marzo si sono accampati migliaia di gazawi di tutte le età. Protestano contro il doppio binario attuato dallo Stato israeliano che inserisce migliaia di ebrei di altre nazioni sulle terre di Cisgiordania, ampliando gli insediamenti illegali disseminati dal governo Netanyahu sul territorio palestinese. Una beffa che s’aggiunge al danno di vedere da sette decenni familiari ed amici privati del diritto al ritorno sulla terra di Palestina. Insomma Israele consente un ritorno selettivo a vantaggio solo della sua gente per stravolgere sempre più la Palestina.

Per questo venerdì 6 aprile Yasser era a fianco di migliaia di manifestanti, scattava foto, filmava, con l’entusiasmo dei trent’anni e la coscienza di fare il proprio dovere d’informazione su una delle ingiustizie della nostra epoca. Aveva addirittura un giubbetto antiproiettile con evidenziata la dicitura ‘press’. Non sono serviti né per ripararlo né per dissuadere i suoi killer. Com’era accaduto sette giorni prima, i comandanti dell’esercito israeliano hanno attivato un protocollo assassino, sparando, uccidendo e ferendo senza alcun motivo. Un tiro a bersaglio ingiustificato, estremo, criminale. Perché le migliaia di persone riversate sul confine per rilanciare la parola d’ordine del ‘diritto al ritorno’ di milioni di profughi e protestare per l’impossibilità di attuarlo erano disarmate. E se la rabbia dei giovani senza futuro di quell’area li portava a lanciare pietre, come nelle Intifade degli anni Ottanta e Duemila, questi gesti non mettevano in pericolo le pattuglie dell’esercito dislocate sul confine. Eppure Israele sa parlare solo con le armi e con la morte seminata contro tutti. Gli occhi di chi narra e testimonia una realtà crudele sono odiati più di altri e un cecchino ha provveduto a chiuderli per sempre.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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