Incerto mondo

Enrico Campofreda

Islamo-statunitesi, volti e voci della protesta

Islamo-statunitesi, volti e voci della protesta

Musulmano-americani, cittadini per mostrare un’America che non è quella di Trump e dei suoi divieti antislamici. Così una foto di Ridwan Adhami, scattata dieci anni fa presso l’area della memoria del World Trade Center newyorkese, è diventata l’icona delle attuali proteste di quell’America che s’oppone al neo presidente. L’immagine è praticamente la stessa: il volto di Munira Ahmed, oggi trentaduenne, dai tratti somatici mediorientali e americanissima di nascita, finita dieci anni fa sulla copertina di Illume Magazine, è stata solo rivisitata graficamente da Shepard Fairey, ed è finita  sui cartelli agitati da donne, uomini, transgender statunitensi durante manifestazioni sempre più rumorose. Erano i raduni organizzati contro i divieti d’ingresso negli Usa ai musulmani di sette nazioni introdotti da Trump. Afferma Munira, intervistata da un’emittente islamica doc come Al Arabiya:  “Credo che un cittadino americano non possa essere meno musulmano di altri. Da una parte sento che gli americani di religione musulmana possono avvicinarsi all’Islam perché qui si ha la libertà di scegliere una fede, cambiarla o addirittura rifiutarla senza subire persecuzioni, e si può girare a testa alta in quanto musulmani”.

Però quando rientro da un viaggio all’estero mi sento sempre sotto interrogatorio, anche se il mio passaporto è americano e questo è il luogo dove sono nata”. Non sappiamo se la donna, che nella vita è una freelance e ha due sorelle, abbia partecipato alle proteste dei giorni scorsi, certo c’era la sua effige, un volto che l’autore dello scatto considerava un simbolo d’inclusione più che di contrasto. Nella bandiera a ‘stelle e strisce’ indossata come chador, sui tratti somatici di Munira, Adhami sostiene d’aver voluto offrire un concetto di totale coesione: “Si può essere americani e islamici, ed essere totalmente orgogliosi di queste caratteristiche“.  A suo dire in America i due aspetti non sono affatto separati, come non lo è qualsiasi componente di quella società che si fa vanto di multietnicità e pluralismo religioso. Così afferma una legge fondante della nazione. Così ribadiscono giudici federali come James Robart di Seattle, tenace oppositore del bando presidenziale, in una battaglia diventata anche istituzionale in un Paese ormai polarizzato. Eppure la società dell’inclusione, che non ha curato i germi del razzismo e della xenofobia, portandoli addirittura alla Casa Bianca, sembra destinata a giorni davvero bui. E il mondo con essa.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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