Incerto mondo

Enrico Campofreda

Iran, la battaglia della lingua

Iran, la battaglia della lingua

Può una lingua veicolare idee, orientamenti culturali, mode, tendenze? Certo che può. Il linguaggio, una delle manifestazioni che caratterizza il genere umano, e i suoi successivi sistemi di comunicazione ricoprono questa funzione. Una materia denominata ‘filosofia del linguaggio’ si occupa proprio delle interrelazioni fra lingua e pensiero, con riferimento ad altre branche del sapere: psicologia, metafisica, logica, semiotica e un numero crescente di materie. Poiché il linguaggio deriva da varianti etniche, geografiche, geopolitiche e non solo, talune lingue comprese e usate da vari popoli facilitano relazioni e scambi. In ogni epoca la lingua è risultata vitale per tali relazioni che coinvolgono politica e diplomazia, commerci e influssi culturali. Quelle lingue diventano il passepartout per introdursi in ambienti diversi, anche per influenzarli con ricadute positive o meno. Chiaramente la gestione politica della nazione originaria di quel linguaggio può trarre vantaggi dall’espansione del medesimo, perché le influenze trasmesse tramite le idee raggiungono il fine più favorevolmente di quelle imposte con le armi. Nonostante la Storia sia testimone di come le antiche civiltà, che diffondevano ideologia attraverso lingua e modelli, non rinunciassero a metter mano alla spada.

Ora l’Iran, in queste settimane scosso da contrasti interni d’ordine socio-politico, si trova a farsi scudo degli influssi che lo studio dell’inglese può trascinare fra gli scolari più giovani. L’ha dichiarato il capo dell’Alto Consiglio per l’Educazione che ha messo in guardia dalla diffusione di quella lingua alle elementari portatrice di culture devianti. In Iran l’inglese – che, occorre dirlo, in tutto il mondo ha stabilito la sua influenza in virtù della forza economico-militare prima britannica quindi statunitense, comprese fra l’Ottocento e i nostri giorni – s’inizia a studiare nel secondo ciclo della primaria, dagli 11 anni in poi. Si studia molto bene, meglio che in tante nazioni dell’Occidente, per averne conferma basta interloquire con qualsiasi iraniano d’età inferiore ai cinquanta. Il Paese mediorientale ha un alto tasso di scolarizzazione, fino al ciclo universitario, e da facoltà d’ogni genere provengono laureati ben formati, con una presenza femminile elevatissima. Eppure attualmente quel sistema politico e confessionale non guarda al lusinghiero fattore formativo interno, teme che l’inglese si trascini ideologie che dettano modelli individualisti, consumisti, finalizzati alla diffusione degli affari. C’è chi fa notare come la stessa Rivoluzione Islamica non sia rimasta immune da alcuni di questi peccati. Cosicché quella lingua potrebbe essere salvata e risultare uno strumento, di cui cogliere, nel Terzo Millennio, solo le opportunità offerte. Esorcizzando con la cultura i vizi dei pensieri e perfino la spada.

Enrico Campofreda, 12 gennaio 2017

 

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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