Incerto mondo

Enrico Campofreda

Il fondamentalismo occidentale

Il fondamentalismo occidentale

Emmanuel Chidi Namdi il fondamentalismo e la morte li ha trovati sulle dolci colline marchigiane. Terra bella, gente laboriosa, l’artigianato diventato industria, provincia sì, ma solidale. Almeno un tempo. Che i tempi cambiando prendano altre facce e altre strade l’ha scritto col sangue un fermano doc, così almeno si ritiene Amedeo Mancini, allevatore di tori, picchiatore di curve calcistiche di tendenze fascistoidi e ora omicida. Perché di omicidio deve rispondere quest’uomo che le cronache locali e i fatti segnalano come un razzista avvezzo a offendere gli immigrati africani. “Li chiamava scimmie forse perché si sentiva di razza ariana” ha affermato don Vinicio, un prete che nella Comunità di Capodarco aveva accolto Emmanuel e la compagna Chimiary, diventata sua moglie. Proprio la donna era stata l’oggetto degli insulti di Mancini che l’aveva apostrofata “scimmia”, da lì il diverbio col marito accorso a chiedere spiegazioni e la conseguente rissa fra Amedeo e un amico contrapposti a Emmanuel. Il duo italiano ha avuto la meglio e ha finito il malcapitato a colpi di paletto, recuperato in un cantiere stradale, e calci alla nuca. Potrebbe apparire l’ennesima storia d’ordinaria follìa, ma non lo è.

In primo luogo perché quando la follìa si ripete e diventa ordinario comportamento rappresenta una malattia, radicata come un cancro che corrode l’organismo sociale. Poi perché la nostra società civile e politica, anno dopo anno si sta infettando del male oscuro del razzismo, di quella xenofobia cieca che, ahinoi, dilaga nel corpaccione svilito dell’Occidente. Che nella sua, non copiosa, parte pensante cerca alibi oppure prova a interrogarsi sul fenomeno. La prima sfera è sempre più diffusa, mena immediatamente le mani fino alle conseguenze irreparabili, come dimostra questa tragedia; quindi minimalizza i fatti, rimuove, afferma che la colpa è della vittima. La parte pensante, che pur s’interroga, non attacca mai completamente le vergogne della mentalità di sopraffazione. E questa si ripete e ormai si riproduce in troppi luoghi. Da oltre un ventennio ha trovato un’enclave speciale in tanti gruppi della tifoseria calcistica, tollerati dal sistema sportivo e dai governi nazionali nonostante leggi spesso inapplicate e misure evase. E un dramma altrettanto opprimente e pericoloso sono le enclavi più illustri, tivù e Parlamento, dove i rivalutatori del fascismo (ah, gli intellettuali del revisionismo storico) e certi onorevoli della Repubblica diffondono nostalgie di regime e odio razziale.

Fra il signor Mancini e l’ex presidente del Senato Calderoli la differenza sono le botte assassine, che non è roba da poco. Però l’idea della “scimmia africana” rivolta rispettivamente alla moglie di Emmanuel e alla ministra Kyenge è la medesima. E non crediamo di esagerare.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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