Incerto mondo

Enrico Campofreda

David Grossman, grido di dolore su Israele

David Grossman, grido di dolore su Israele

E’ un grido di dolore endogeno quello esternato dello scrittore  David Grossman, ebreo e israeliano, poco amato nel suo Paese. Per quei motivi che l’hanno portato a commentare così le ultime mosse del governo, approvate dalla Knesset, che legalizzano l’illegalità degli insediamenti di coloni in Cisgiordania: “E’ l’ennesimo passo che trasforma Israele in Stato dell’apartheid”. In recenti dichiarazioni rilasciate anche a quotidiani italiani come La Repubblica, ha precisato:  “Sotto il regime di Netanyahu l’idea stessa di come essere cittadini di questo Stato risulta cambiata: si è passati dall’appartenere a uno Stato democratico, basato sulla legge, a quella di far parte di uno Stato basato sulla religione. E’ una situazione pericolosa in cui l’irrazionalità vince e ci spinge in un angolo in cui ci sentiamo soli e abbandonati dal resto del mondo”. Il concetto di solitudine Grossman lo conosce bene, se lo sente addosso, poiché per quel che dice e scrive non è amato, anzi spesso è disprezzato, dai suoi concittadini. Nonostante come israeliano e padre, lo scrittore ha conosciuto momenti d’incommensurabile dolore che l’hanno colpito nel profondo. Per la perdita del figlio Uri, morto nell’agosto 2006 in territorio libanese, mentre serviva una patria che coinvolgeva i suoi giovani nell’ennesima follìa: una guerra lampo contro la nazione attigua e le locali milizie Hezbollah posizionate nel Sud del Libano.

La coscienza critica dell’intellettuale non va giù ai politici di casa, di cui contesta l’operato, e a cui rinfaccia la mancata volontà costruttiva: “Se ci fosse un leader che non manipolasse le nostre ansie, che non usasse i fantasmi di traumi passati per farci paura, molti israeliani l’ascolterebbero. Perché tanti di noi sanno che abbiamo preso una strada pericolosa. La nostra società diventa sempre più apatica e una società apatica è facilmente plasmabile da chi ha un’agenda nazionalista e violenta. Il rischio è che in Israele queste persone s’impossessino del nostro futuro”.  Altri intellettuali ebrei (Ilan Pappé), ancor più critici di lui, sostengo che quella strada Israele l’ha intrapresa dalle origini, il sionismo stesso teorizza e nasce da un’agenda nazionalista e violenta. E le guerre ripetute e le invasioni e le occupazioni e il furto della terra operate a danno della comunità palestinese con spargimento di sangue altrui, e talvolta dei propri figli coinvolti nel conflitto permanente perpetuato dalla leadership di Tel Aviv, rappresentano il fulcro dell’esistenza ansiosa denunciata da Grossman. Una vita che lui non vorrebbe vivere, ricercando altro, quei sentimenti intimi e amorosi simili all’intensità delle parole dei protagonisti del romanzo Che tu sia per me il coltello. Eppure ciò che l’orizzonte esterno offre agli occhi risuona drammatico e pessimista come il passo: “Forse lui ha capito, molto prima di me, che non è possibile tornare indietro sani e salvi dal punto in cui siamo arrivati”.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello

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