Incerto mondo

Enrico Campofreda

Femminicidi, l’orrore della lapidazione

Femminicidi, l’orrore della lapidazione

Una testa che spunta da una buca scavata al suolo. E’ quella di Rokhshana, una diciannovenne che lì è stata interrata da uomini infoiati. Le stanno attorno scagliando pietre, punizione tribale ma mai prescritta dal Corano, sebbene sia tuttora praticata da componenti fondamentaliste presenti in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Nigeria, Sudan, Yemen, Pakistan, Afghanistan. L’ultimo episodio noto, perché tanti sfuggono all’informazione anche nel mondo globalizzato, è accaduto giorni addietro in un villaggio dell’Afghanistan centrale, provincia di Ghor, controllato dai talebani. E’ stato addirittura registrato finendo sul web e su taluni social network. Riprese per nulla sofisticate, nessuna regia come durante gli sgozzamenti propagandistici realizzati dai miliziani dello Stato Islamico per punire ipotetici nemici (giornalisti e cooperanti) e terrorizzare gli abitanti delle aree conquistate. La crudele fine della giovane donna scaturisce dalla sua condizione che l’hanno vista vittima due volte.

Quando, ancora bambina, è stata data in sposa a un uomo adulto e, dopo aver cercato con un coetaneo una liberazione da quel giogo tramite una fuga. Poi quand’è stata catturata dagli studenti coranici combattenti e condannata per adulterio. Così è finita nella buca dell’infamia e le hanno tolto anima e corpo a colpi di pietra. Eppure in Afghanistan una simile nefandezza non accade solo nei luoghi, e sono ormai tanti, controllati dai Taliban. A un’altra ragazza afghana, Farkhunda, è successo in pieno centro di Kabul, dove i turbanti neri non c’erano, ma c’era il pashtunwali, l’atavico e maschilista comportamento con cui troppi uomini di quel Paese si rapportano alle donne, sottomettendole, punendole, assassinandole. Nei giorni scorsi militanti del partito afghano Hambastagi, impegnato contro ogni fondamentalismo, talebano o governativo, hanno innalzato nel luogo del supplizio una stele che ricorda il sacrificio della giovane contro la barbarie dei costumi e della fede.

Enrico Campofreda

 

 

 

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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