Incerto mondo

Enrico Campofreda

Fares, l’uomo che non temeva i lupi

Fares, l’uomo che non temeva i lupi

I colpi che hanno messo il definitivo bavaglio a Raed Fares, attivista, comunicatore, uomo in un conflitto che ha fatto della ferocia l’antitesi di ogni sentimento, sono finora sconosciuti. La gente di Idlib e dintorni, dove il quarantaseienne siriano viveva come tanti assediati e vessati dai due fronti combattenti, sostiene siano stati i jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham, propaggine del Fronte al Nusra. Ma all’ufficializzazione della sua morte avranno sicuramente festeggiato anche i miliziani di Asad. I due lupi che Raed disegnava come contigui oppressori del popolo siriano. Perciò era odiato da entrambi, come lo era la sua creatura mediatica, Radio Fresh, da cui lanciava i suoi obiettivi di speranza che seguivano le denunce d’ogni porcheria compiuta dal presidente dittatore e dai fondamentalisti giunti da ogni angolo per abbatterlo. Due nemici che s’accusavano reciprocamente di compiere quelle nefandezze (gasare i civili, affamarli e ucciderli con ogni mezzo) compiute dagli uni e dagli altri, davanti alla viltà del mondo e al cinismo della geopolitica.

Nei sei anni di guerra siriana finora combattuta (mezzo milione di vittime, otto milioni di profughi) i grandi del mondo e le potenze regionali hanno guardato solo a eventuali vantaggi, scaricando  morte, dolore, disagi sulle famiglie siriane. Tranne le minoranze strette attorno ai propri feticci: il clan Asad che detiene il potere trasferendolo di padre in figlio, i fondamentalisti sunniti che s’oppongono ai lealisti aderendo al disegno del Califfato lanciato dall’Isis, il resto dei siriani ha guardato e subìto gli eventi più tragici. La copiosa fetta della popolazione, nei primi mesi della ribellione (2011) impegnata a chiedere riforme sociali e partecipazione all’amministrazione statale, è stata presto schiacciata dai contendenti che imponevano la forza delle armi. E col tempo il peggior uso d’ogni violenza. Fares con mezzi artigianali, ma efficacissimi, narrava tutto questo. Era amato e difeso dalla sua gente. Da tempo era diventato un obiettivo di quei  lupi che dilaniano il Paese. Sapeva di poter essere un bersaglio e diceva: “Cosa possono fare di più oltre a uccidermi?” Sapeva che quel che ha seminato per anni, non sarebbe scomparso con lui. Chi lo ha amato, lo ripete per rilanciare la vita contro i due lupi.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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