Incerto mondo

Enrico Campofreda

E il cinese?

E il cinese?

Hai mai visto un cinese?

Certo, – mia madre disse. – Ne ho visti due o tre… Passano per vendere le collane.

Bene, – dissi io. – Quando hai davanti un cinese e lo guardi e vedi, nel freddo, che non ha un cappotto, e ha il vestito stracciato e le scarpe rotte, che cosa pensi di lui?

Ah! Nulla di speciale – mia madre rispose-. Vedo molti altri, qui da noi, che non hanno cappotto per il freddo e hanno il vestito stracciato e le scarpe rotte…

Bene – dissi io. – Ma lui è un cinese, non conosce la nostra lingua e non può parlare con nessuno, non può rispondere mai, viaggia in mezzo a noi con le sue collane e cravatte, con le sue cinture, e non ha pane, non ha soldi, e non veste mai nulla, non ha speranza. Che cosa pensi tu di lui quando lo vedi che è così un povero cinese senza speranza?

Oh! – mia madre rispose. – Molti altri vedo che sono così, qui da noi… Poveri siciliani senza speranza.

Lo so, – dissi io. – Ma lui è un cinese. Ha la faccia gialla, ha gli occhi obliqui, il naso schiacciato, gli zigomi sporgenti e forse fa puzza. Più di tutti gli altri egli è senza speranza. Non può aver nulla. Che cosa pensi di lui?

Oh! – rispose mia madre. – Molti altri che non sono poveri cinesi hanno la faccia gialla, il naso schiacciato e forse fanno puzza. Non sono poveri cinesi, sono poveri siciliani, eppure non possono aver nulla.

Ma vedi, – dissi io. – Egli è un povero cinese che si trova in Sicilia, non in Cina, e non può nemmeno parlare del bel tempo con una donna. Un povero siciliano invece può…

Perché un povero cinese non può? – chiese mia madre.

Bene, – dissi io. – Immagino che una donna non darebbe nulla a un povero viandante che fosse un cinese invece di un siciliano.

Mia madre si accigliò.

Non saprei, – disse.

Vedi? – io esclamai. – Un povero cinese è più povero di tutti gli altri. Cosa pensi tu di lui?

Mia madre era stizzita.

Al diavolo il cinese, – disse.

E io esclamai: – Vedi? Egli è più povero di tutti i poveri e tu lo mandi al diavolo. E quando lo hai mandato al diavolo e lo pensi, così povero nel mondo, senza speranza e mandato al diavolo, non ti sembra che sia più uomo, più genere umano di tutti?

Mia madre mi guardò sempre stizzita.

Il cinese? – disse.

Il cinese, – dissi io. O anche il povero siciliano che è malato in un letto come questi ai quali fai l’iniezione. Non è più uomo e più genere umano, lui?

Lui? – disse mia madre.

Lui, – dissi io.

E mia madre chiese: – Più di chi?

Risposi io: – Più degli altri. Lui che è malato… Soffre.

Soffre? – esclamò mia madre. – E’ la malattia.

Soltanto?  – io dissi.

Togli la malattia e tutto è passato, – disse mia madre. – Non è nulla… E’ la malattia.

Allora io chiesi:

E quando ha fame e soffre, che cos’è?

Bene, è la fame, – mia madre rispose.

Soltanto? – io dissi.

Come no? – disse mia madre. – Dagli da mangiare e tutto è passato. E’ la fame.

Io scossi il capo. Non potevo avere strane risposte da mia madre, eppure chiesi ancora:

E il cinese?

Mia madre, ora, non mi diede risposta; né strana, né non strana; e si strinse le spalle. Essa aveva ragione, naturalmente: togliete la malattia al malato, e non vi sarà dolore; date da mangiare all’affamato e non vi sarà dolore. Ma l’uomo, nella malattia, che cos’è? E che cosa è nella fame?

Non è, la fame, tutto il dolore del mondo diventato fame? Non è, l’uomo della fame, più uomo? Non è più genere umano? E il cinese?…

 

Così scriveva Elio Vittorini nel 1941 (anno disgraziatissimo, c’era il fascismo, c’era la guerra…) in quelle meravigliose pagine di narrazione sociale, antropologica, relazionale, storica, esistenziale intitolate “Conversazione in Sicilia”. Libro antico e modernissimo, nei contenuti, nel linguaggio, nel ritmo dei dialoghi. Fisico e metafisico, solare e lunare. Onirico, umanissimo che non pochi problemi gli procurò con la censura di regime. Ora cambiamo nazionalità al cinese, sebbene gli esperti dicono che da quelle parti l’odierno boom non vale per tutti e, su per giù, trecento milioni di poveri continuano tuttora a esistere. Comunque cambiamo area geografica, leggiamo afghano, pakistano o se vogliamo restare al di qua della Muraglia uiguro. Di povertà, di malattia, di dolore sono piene l’Asia, l’Africa e un buon pezzo dell’offeso mondo. Quante di queste condizioni scaturiscono da nuove guerre, da reiterate dittature, da rinnovati egoismi d’un sistema basato sul profitto? Sistema che arricchisce alcuni, lasciando una moltitudine nel limbo di un’insoddisfatta incertezza e spingendo altri nell’inferno della sofferenza? Ma ciò che più colpisce non è il cristallizzarsi della Storia, bensì la vertiginosa crescita dell’indifferenza verso un procedere a ritroso, dove anche gli spicchi di mondo salvato tornano a inabissarsi.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello

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