Incerto mondo

Enrico Campofreda

Donne saudite, una guida verso la vera liberazione

Donne saudite, una guida verso la vera liberazione

In molti, fra cui parecchie donne, considerano una giornata storica quella che ha visto l’emanazione da parte di re Salman dell’Arabia Saudita di un  decreto che dal prossimo giugno permetterà alle cittadine di quel Paese di condurre un’autovettura. Cade così un divieto sciocco, prima che antifemminile, contrario non solo alla parità di genere, ma umiliante e oppressivo per la dignità della persona. Non è un segreto che dietro la mossa ci sia la mano del figlio prediletto del re, il principe Mohammad bin Salman di recente promosso dal padre successore al regno, al posto del nipote bin Nayef precedentemente prescelto. Salman bin sta operando un rinnovamento di facciata dell’arcigna petromonarchia che somma al tradizionalismo etnico e religioso i peggiori vizi del capitalismo rampante. Da cui lo stesso presunto figliol prodigo non è esente. In fatto di armi e di uso delle stesse, per dirne una, visto che la nazione resta un’attiva acquirente sul mercato internazionale, con un conseguente immediato utilizzo nella regione dove vuole stabilire la propria egemonia.

E’ vero che l’Arabia Saudita è in ingombrante compagnìa, ma ciò non l’assolve da un utilizzo para imperialista della forza, come aveva mostrato in Bahrein, e come sta facendo in Yemen contro l’etnìa Houthi che professa fede sciita. Certo, il fatto di consentire alle donne la possibilità di guidare, è un passo in avanti nella vita civile interna, come sottolinea l’attivista Manal al-Sharif che si è battuta e ha pagato con la detenzione le sue trascorse uscite al volante. Ma troppe e ben peggiori restano le condizioni oppressive presenti nella nazione simbolo del petrolio, a cominciare da quella del familiare “garante” che tuttora deve accompagnare la donna in ogni sua uscita, al volante o meno. Ben peggiori ‘norme canaglia’ producono una sorta di femminicidio di Stato, l’esempio per eccellenza è la lapidazione in caso di adulterio, frutto di una presunta interpretazione della Shari’a che la corrente wahhabita, coccolata e difesa dalla dinastia Saud, sostiene e legittima.

Quest’orientamento maschilista e violento dovrebbe per primo essere censurato e cancellato dalla leadership della nazione, ma non sembra ci sia la volontà di farlo. Perciò i media, le istituzioni internazionali, le associazioni dei diritti oltre a quelle femminili, che giustamente plaudono alla riforma saudita, potrebbero muoversi per richiedere questi ulteriori e più sostanziali cambiamenti. Perché le fustigazioni della polizia religiosa e le esecuzioni a colpi di pietra che, per tradizione e oscurantismo sociale oltre che morale, i re sauditi permettono e i sudditi praticano verso le proprie donne sono la macchia di un sistema incentrato sulla sopraffazione di genere che colpisce ogni diversità. Se vuol essere un vero innovatore il principino Bin deve misurarsi con simili mostruosità avallate dalla corona di famiglia.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello

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