Incerto mondo

Enrico Campofreda

Di corsa sotto la Manica

L’avesse fatto un qualsiasi uomo dei primati, più o meno leciti, sarebbe finito sul libro dei Guinness. Ad Abdul Rahman Haroun, sudanese neanche tanto giovane, quarant’anni, l’impresa è costata un arresto e una denuncia da parte della polizia britannica che gli ha contestato ”danneggiamenti” alla circolazione. Circolazione dei treni che gli sferragliavano a 100, 130, 160 chilometri orari. Certo Abdul ha rischiato di morire perché lì sotto procedeva – camminando o correndo – al buio o quasi, rasente al muro, sballottato dai risucchi d’aria. Ma lui l’ha fatto, per cinquanta chilometri, azzardando sicuramente più dei compagni di ventura che si celano sotto i camion per cercare di transitare nel vagheggiato Regno Unito. Ormai non ci riesce quasi più nessuno. La sorveglianza poliziesca è asfissiante, i cani annusano braghe e carni, quelli che dribblano la caccia rischiano di finire stritolati da ruote, intossicati da gas. Sono morti che non fanno più audience, è quotidianità incistata nel dramma di milioni di migranti e profughi in movimento. Ridiventa notizia se scoppiano rivolte, come nei giorni scorsi a Calais, dove centinaia di giovani, i cui corpi hanno superato traversìe che spezzerebbero resistenza, forza e forza resistente di campioni olimpici, contestavano quei blocchi che non gli permettono d’inseguire un bisogno che solo in parte è un sogno.

Allora come Haroun ne pensano una più di Icaro o di Morris e dei fratelli Anglin (quelli di Alcatraz). Rischiando la vita, al cubo è ovvio. Ma in una condizione che, se per noi è disperata, per l’uomo sudanese è l’unica via d’uscita. Posta cinquanta chilometri oltre le viscere della terra dove s’è infilato. Chiaramente fuggiasco, come lo sono tutti quelli che scappano dalla morte per fame, guerra, oppressione. Abdul ha aperto una via, arditissima, ma ai suoi occhi irrinunciabile perché praticabile. Le autorità pensano di chiudere il tunnel perché già sanno che altri potranno provarci. Il problema è che quando queste persone espongono il proprio passato, si è poco disposti a capire da quali fantasmi s’allontano. Quelli d’una casa che non c’è più e quelli incrociati per via, compresi i pericolosissimi trasbordi su scafi della morte e i passaggi nelle tappe intermedie come l’Italia dove pochissimi vogliono restare. Il nord Europa di economie più solide, di leggi e protezioni – finora – maggiormente inclusive spingono perché i Guinness diventino sempre più incredibili. Eppure reali. Nessuno premierà Haroun, sebbene lui sappia d’aver compiuto un cimento prima che di coraggio, di determinazione e coerenza. La stranezza che il pensiero dominante giudica follìa è la conseguenza di sistemi geoeconomici e geopolitici implosi sui propri cinismo e arroganza.

Enrico Campofreda

11 agosto 2015

 

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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