Incerto mondo

Enrico Campofreda

Deepika Padukone, storia dell’attrice che l’India vuol bruciare

Deepika Padukone, storia dell'attrice che l'India vuol bruciare

Promettono dieci milioni di rupie a chi brucerà Deepika Padukone, l’attrice che nella pellicola di Bollywood “Padmavati” interpreta la principessa Padmini. Sono una minoranza estremista, i militanti di Akhil Bhartiya Kshatriya Mahasabha, un gruppo del fondamentalismo induista presente nello stato settentrionale indiano dell’Uttar Pradesh. Non un luogo da poco coi suoi 200 milioni di abitanti, collocati prevalentemente nelle pianure bagnate dal Gange e dai suoi affluenti dell’Uttarakhand. Lì sorge il distretto con la città di Agra e lo splendore del Taj Mahal. Eppure tanta arte e bellezza secolari non leniscono le tensioni che negli ultimi tempi sono progressivamente aumentate. Il Partito ultranazionalista del presidente Modi con la teoria sulla purezza induista del Paese (hindutva) sta incentivando i conflitti fra la maggioranza religiosa indù che raccoglie il 79% della confessionalità indiana e la più cospicua minoranza religiosa interna, quella islamica che conta il 14% della popolazione. Dal 2014 i contrasti, già presenti nell’India moderna, sono cresciuti a dismisura. Recenti decisioni: quella di vietare la macellazione dei bovini, considerati sacri fra gli indù, ma sostentamento dei musulmani che non mangiano altre carni, ha creato ulteriori attriti con ricadute anche sull’industria della lavorazione del pellame che occupa indiani d’ogni fede.

Dunque la contestazione alla pellicola potrebbe risultare un ulteriore pretesto cercato dall’induismo radicale e cavalcato dal partito al potere. Gli attivisti del gruppo fondamentalista Abkm hanno già alle spalle aggressioni a sfondo confessionale e sociale. Costoro hanno fatto proprio lo sdegno con cui esponenti delle caste guerriere hanno appreso lo stravolgimento della storia di Padmini, che nel film si unirebbe a un sultano musulmano, venendo meno alla purezza indù. Secondo quanto narrato dal poema “Padmavat”, cui la pellicola si ispira, dopo la battaglia avvenuta all’inizio del 1300 fra il principe Ratan Singh e il sultano Allahuddin e la vittoria di quest’ultimo, per non cadere in mani nemiche la bella principessa si sacrificò gettandosi nel fuoco. Il regista Bhansali compie, perciò, un’operazione di revisionismo storico, per nulla gradita dalla tradizione cavalleresca indiana e interiorizzata dall’induismo a sostegno d’una presunta superiorità religiosa. Così il popolatissimo gigante asiatico che con politici di varie sponde proclama di recuperare lo spirito gandhiano della non violenza, si ritrova sempre più immerso in conflitti d’ogni genere, e li va a cercare in ogni piega del vivere comune. L’intolleranza diventa un modello di vita e viene elevata a pericolosissimo sistema di potere. Vedremo se il film, come promesso dalle Major, potrà essere nelle sale indiane il 1° dicembre o se prevarranno censura, paura di tumulti e necessità di ordine pubblico.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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