Incerto mondo

Enrico Campofreda

Dalkurd, una patria nel calcio

Dalkurd, una patria nel calcio

Quella divisione, dolorosa e sanguinosa, vissuta da secoli con tanto di ultima diaspora materializzata in quattro nazioni (Turchia, Siria, Iraq, Iran) alcuni rifugiati kurdi l’hanno superata, almeno idealmente, in Svezia sul rettangolo di gioco. Scommettendo sulla propria passione calcistica, un gruppo proveniente dal Kurdistan iracheno e un altro originario di Mardin, nel sud-est anatolico, tutti riparati a nord di Stoccolma, nella cittadina di Borlänge, si sono uniti. L’obiettivo era dar vita a una squadra di football. L’hanno fatto con umiltà e costanza, partendo dal basso. Era l’anno 2004 e gli avvenimenti nelle travagliate aree d’origine continuavano a essere turbolenti. L’iniziale nucleo raccolse la presenza anche di qualche altro profugo, dal Gambia e dalla Sierra Leone. E stagione dopo stagione un’avventura nata con scopo sociale e ricreativo si ritrovò in corsa per traguardi agonistici. Salirono fino alla seconda divisione del calcio svedese che non è affatto scarsa. Poi sempre più su, tanto da conquistare due settimane fa l’ingresso nella massima serie. Di Cenerentole che entrano nel castello dorato, il calcio internazionale narra varie storie. In Italia c’è quella relativamente recente e gloriosa del sobborgo veronese del Chievo.

Ma il valore del risultato conseguito dal Dalkurd travalica il pur alto valore sportivo dell’impresa. Appassionati di dribbling e goal i giovani kurdi hanno trovato nella squadra un mezzo per puntare i riflettori sulla causa che sta a cuore a loro, alle proprie famiglie, all’intera comunità di un popolo senza patria. Che ovviamente non troverà soluzione grazie ai risultati agonistici, ma quest’ultimi, come ogni partita interna ed esterna del Dalkurd, continueranno a mostrare al mondo un tema presente,  cocente, irrisolto. L’orgoglio dell’ambiente kurdo, che nel Paese scandinavo d’accoglienza conta oltre ottantamila presenze, esalta il fine culturale della collettività strettamente legato all’essenza politica e a quella identitaria. Entrambe sono oppresse, represse e cancellate dagli Stati nazionali con cui i kurdi si rapportano. E nei programmi esposti dai rifugiati, in ogni angolo del mondo che li ospita, ricorrono i riferimenti alle radici storiche, culturali, linguistiche dell’antico popolo indoeuropeo rimasto senza patria. Un leit-motiv considerato nullo dai governi delle quattro nazioni dove i kurdi risiedono, mentre cancellerie e premier mondiali prospettano iniziative tampone che possono concedere al massimo accoglienza, azzerando ogni autodeterminazione.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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