Incerto mondo

Enrico Campofreda

Cannes saudita

Cannes saudita

Utilizzano ogni occasione i comunicatori del principe saudita Bin Salman per ricordare l’impegno del dignitario che vuol cambiare il volto del suo Paese col piano denominato “Vision 2030”. Finanziato con 34 miliardi di petrodollari il progetto punta a emancipare la monarchia conservatrice da una totale  dipendenza economica dall’attività estrattiva, e vira verso altri investimenti fra cui l’industria culturale. Dunque cinema, teatro, musica, sport, intrattenimenti vari più formazione. Per questo la squadra cinefila del principe rampante s’è presentata sulla Croisette di Cannes, illustrando i passi in divenire. L’attenzione alla Settima Arte, sancita il mese scorso con l’apertura d’una sala cinematografica a Riyadh (mancava da 35 anni, dalla fase in cui il radicalismo religioso wahhabita ha preso il sopravvento presso la stessa corte) fa dichiarare allo staff di Bin Salman che i luoghi di proiezione nel Paese diventeranno duecento a fine 2019 e saliranno a duemila fra una quindicina d’anni. L’obiettivo è rivolto al pubblico giovanile al di sotto dei 30 anni calcolato nel 70% della popolazione. Proprio ai giovani guardano iniziative di formazione che, in attesa di una propria Accademia nel Golfo, finanzia borse di studio per migliaia di studenti appassionati presso un’università californiana.

Le pellicole e tutto il contorno, prima creativo poi realizzativo, sanciranno ulteriori relazioni fra Stati Uniti e la prima delle petromonarchie, che per decenni hanno percorso solo la via degli affari con gli idrocarburi e le strategie militari nell’infiammata regione mediorientale. L’ambizioso orientamento trasformativo dei costumi interni, di cui il principe si fa strenuo difensore, gli ha già creato dissapori con talune autorità religiose critiche verso queste aperture foriere di “sicura depravazione”. Ma i consiglieri che lo sostengono dichiarano che alla fine la spunterà anche con gli imam più conservatori. Altri osservatori notano l’utilità d’una strategia finanziaria volta e mutare i tratti dello Stato-redditiere in nazione che diversifica investimenti ed entrate. In realtà questo processo l’Arabia Saudita, come altre monarchie del Golfo, lo persegue già da tempo,  investendo in tanti settori, dall’immobiliare a ogni genere di produzione. Per i detrattori “Vision 2030” servirebbe solo a mascherare con un efficiente modernismo intenti geostrategici che vedono i sauditi combattere su ogni terreno per la supremazia in Medio Oriente: con l’arma dei petrodollari riconvertiti in ogni tipologia di capitali, con le armi usate direttamente dal suo esercito (come in Yemen), con l’arma del fondamentalismo religioso che il wahhabismo interno, coccolato e difeso dai Saud, diffonde finanziando gruppi jihadisti. L’uso del cinema servirebbe ad altro. Proprio come narrano certi film.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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